martedì, maggio 30, 2006

Punjabi Bhangra, Japanese Carp


No per stasera niente da fare, solo il suono della musica bhangra nelle mie orecchie. Maledetto etnicismo asettico monoporzione del cazzo. Sincretismo e resistenza culturale? Uguale o diverso? Uverso, Diguale. Non sono affatto migliore. Se tutto ciò mi rendesse almeno più creativo...

- Cosa si sta facendo tatuare sul polpaccio?
- Una carpa, una carpa giapponese.
- Una carpa giapponese? Come mai?
La risposta scivola fuori, fluida, levigata, l’ha preparata con cura, nulla di troppo creativo, si è concentrato solo sulla brevità dell'intervallo stimolo-risposta, sul tono convincente e convinto, sul sorriso porcellanato.
- Bhe, mi piace molto la Cultura Giapponese, la Filosofia Giapponese, la sento molto...vicina.
Il giornalista fatica a trattenere il suo divertimento. La sua faccia non la vedi, ma glielo senti nella voce che si diverte, che non si aspettava niente di meglio, che lo può inchiodare e guardarlo contorcersi, boccheggiare.
Lo inchioda.
- Che senso ha la Carpa nella filosofia Giapponese? Cosa simboleggia?
E quello si contorce e boccheggia.
-Bhe…significa…bhe…
La luce del sorriso porcellanato sembra diventare opaca, tutto intorno il rosso dei capillari che si dilatano.
- Bhe…la filosofia Giapponese è molto complessa, scusami, ma adesso proprio non riesco a concentrarmi…ah, come mi fa male…scusami, ma ora…mi fa troppo male.
Cazzo! Ma certo! Che idea geniale! L’ago del tatuatore che fa dentro e fuori dalla pelle abbronzata fa male! Come fai a concentrarti mentre senti quel dolore tremendo? Come rispondi ad una domanda del genere con quel male tremendo?
- Aaaa…che male…no, no, proprio ora non riesco a risponderti, tu non sai come fa male.
Il giornalista non è ancora abbastanza sazio, ne vuole un altro po’. Il tatuatore sembra un po’ troppo assorto nel suo lavoro, non lo ha più guardato negli occhi dalla figura porpora del tatuando.
Sa troppo di “se non lo guardo non interrogherà proprio me”.
Peccato che non c’è verso: se non lo guardi è proprio te che chiama.
- Vuole chiedere aiuto al signore? Magari lui lo sa…
L’uomo-carpa s’illumina di nuovo. Annuisce e bisogna ammettere che lo dissimula bene il suo sospiro di sollievo. Guarda anche lui in direzione del tatuatore, interrogativo, il quale di rimando prega il dio degli aghi infetti che gli regali quantomeno un’epatite.
- Lei conosce il significato della carpa nella filosofia giapponese?
Il tatuatore fa un sorriso sghembo e imbarazzato. Non lo sa. Certo che non lo sa, cazzo! Per chi lo ha preso, per Confucio? Fa cenno di no con la testa e ripiomba gli occhi sulla coscia abbronzata dell’uomo-carpa.
Ora è la faccia tagliente del giornalista in primo piano, il microfono in mano, un ghigno irridente, annuncia:
- E dall’Expo Tattoo è tutto, la linea allo studio.


Le loro facce. Le loro parole


Casini: "Le spallate non pagano."
"Basta spallate."

Berlusconi: "Abbiamo vinto nell'unico test decisivo, quello siciliano".
"Ora tutto sul referendum."


Kielbasa


Cashba! (bella esclamazione) Ho una gran voglia di scrivere ma non ho idea di cosa.

Niente riflessioni cervellotiche sui massimi sistemi, per ora mi accontento dei minimi problemi. Non deliri alcolici, per ora non posso bere alcol per una serie di ottimi motivi (anche se ho dell’assenzio verde di Barcellona nella libreria. Non trattazioni dettagliate di pene d’amore da melodramma, che, grazie al principio di casualità (o per colpa del principio di casualità) non provo al momento. Neppure racconti cupi, nonché splatter, sconclusionati e pieni di cliché, ma dal buon ritmo e dalla forte “icasticità” (grazie Sareola). Vogliamo parlare di quelli sognanti e con melenso lieto fine? No, non vogliamo, ne sono sicuro…lasciamo perdere. Quarzo! (questa viene da scienze della terra in 5° anno di liceo scientifico) Che cosa fastidiosa, non so cosa si provi perché non mi è mai capitato, ma è tipo come quando uova di larve di insetti carnivori ti si schiudono sotto pelle e cominciano a mangiarti da dentro…bhe, non così atroce, no, ma l’agitazione è quella...spero non siate (ottimista…sul plurale…falso modesto in verità, almeno due siete…quanti puntini e parentesi) troppo immaginativi.

Cazzo! (aaaa, la tradizione)…devo trovare una soluzione. Santo g. aiutami tu!

Che cos'è la kielbasa?!?! Cosa c'entra la kielbasa!?!?! Se aveste guardato di più e più attentamente Scrubs lo sapreste!

domenica, maggio 28, 2006

Sutura


Quando ti saltano i punti di sutura, qualche riflessione la fai.
Sono riflessioni sul genere anima-corpo o spirito-corpo o anima-spirito-corpo (non sono un teologo), in generale, banalmente, sul genere materiale-immateriale, meglio, fisico-metafisico.
Ti immagini dolore, ti immagini imperfezione, infezione, infiammazione, ti immagini nefande conseguenze...stai iperventilando, lo stai facendo e dovresti piantarla, pare non sia niente di così grave. La pianti e ti incazzi, sbraiti a destra e a manca e sommergi di improperi i poveri cristi che ti stanno accanto. Poi passa anche quello, fai quello che devi, rimetti le cose a posto e resti immobile nella stessa scomodissima posizione per paura di rovinare tutto...ovviamente cerchi di non pensarci e, siccome stai davanti al pc, siccome futurama, simpson, griffin e southpark li sai a memoria, ti guardi scrubs in dvd, che sai comunque a memoria, ma non ti stufa mai (si sono malato...). La cosa divertente è che scrubs è un telefilm che parla di giovani medici e della loro vita in ospedale...potevo guardarmi ER...o farmi un giro su rotten (ok magari esagero).

Aaaa! Dimenticavo....adoro le ovvietà, quella in foto NON è la mia pancia, hehehehe

E se...


Riuscirò ad andare in Normandia ad Agosto?
L'estate l'ho sempre caricata di aspettative fin troppo gravose, per poi non fare quasi mai niente, o comunque, quasi mai quello che pensavo avrei fatto.
Quest'anno voglio provare a concretizzare nonostante incertezze e difficoltà (più o meno autoinventate), levarmi la zavorra del "non c'è tempo" e provare a fare questo viaggio.
Ci si andrebbe in macchina, il che farebbe recuperare al viaggio il suo significato originario e denso, privandolo di quell'istantaneità contemporanea che ne fa spesso una seccante formalità (e con ciò intendo cantare con altri due coglioni - il terzo compagno di viaggio non lo conosco - un'infinita serie di canzoni di Elio e le storie tese, raccontarci cazzate, scoprire quanto non sopportiamo la reciproca presenza in ambiente ristretto e cercare di fare piani su come abbordare le francesi con le ovvie deficienze linguistiche). Metterò alla prova il mio ridicolo, scolastico, dimenticato francese, sperando di superare il mio imbarazzo e di non far morire dalle risate tutti quelli con cui parlo.
Bho, vedremo

mercoledì, maggio 24, 2006

The Butterfly Effect


"So chi sono, non mi serve nulla che me lo ricordi ."

The Butterfly Effect

Non so quante migliaia di volte ho pensato che se fossi potuto tornare indietro, se avessi potuto cambiare ciò che era successo, sarei stato più felice. Ma ogni nodo nella storia, in quella con la S maiuscola e in quella personale, ogni piccola o grande scelta, ogni decisione è un bivio le cui consegueze sono infinitamente complesse ed imprevedibili. Per ogni errore corretto, tutto ciò che di buono dopo quell'errore sarebbe avvenuto rischia di essere cancellato. Ogni singolo istante della mia vita fino ad ora mi ha reso ciò che sono, qualsiasi cambiamento mi ucciderebbe...no, mi annullerebbe.

Ho trovato un nuovo film da inserire tra quelli che ricorderò.

Necessito o più vita o più allucinazioni. è inutile essere sapienti nel modellare senza disporre di creta.

domenica, maggio 21, 2006

Haiku


A volte, scrivendo, riesco ad essere ciò che non sono nella vita quotidiana. Non solo nelle azioni dei personaggi che creo, ma nello stesso modo in cui scrivo. Altre volte sono esattamente io.
Riuscissi a comporre questo dualismo su di uno stesso piano (o su entrambi i piani considerati) sarei un uomo estremamente felice.

venerdì, maggio 19, 2006

Philippe Daverio


Quest'uomo è un genio. Cultura che fluisce liscia e saporosa, che accende e mantiene viva la fiamma della curiosità, che coglie tutto e che sboccia in ogni discorso, fa nascere nuovi discorsi e di nuovo torna a fiorire in essi.
La cosa migliore è che la sua enormità (culturale) è più stimolante che frustrante.

domenica, maggio 14, 2006

Comparare è vita...finchè c'è vita c'è speranza (almeno quella)


"La risposta giusta è Rinoceronte...immagino sia noto a tutti come questo animale si muova a proprio agio nella quotidianità della scuola italiana. Questa agilità gli è derivata dalla lunga pratica di compilazione di moduli di acertamento della C.R.A (Condizione da Reddito Aggiunto), che grandemente hanno vessato anche i più esperti scienziati politici.
L'inclusione del retrogrado primo nella catena causale beta è, daltronde, da ritenersi un passo azzardato, poichè il cromatismo allotropico del composto non risulta concordante.
In una situazione di privazione relativa è improprio ipotizzare generalizzazioni totalizzanti che non lascino nulla al caso, quest'ultimo inteso come rilevante di per sé e non come mero elemento anonimo a supporto di impalcature teoriche di tale tangenziale portata..."

Probabile contenuto del esame che sosterrò domani in relazione al sensatissimo modulo "la comparazione nelle scienze sociali".

venerdì, maggio 12, 2006

Errori


L'errore ha un fascino perverso, specie se è consapevole.

:)

Ti odio


Ti odio perchè occupi spazi altrimenti vuoti.
Ti odio perchè ti aggiri a tuo agio nei miei sogni, senza alcun invito (consapevole).
Ti odio perchè finisci per essere la risposta scontata a domande oziose (le ultime).
Ti odio perchè sfoggi un senso in un mondo arrogantemente e annoiatamente insensato.
Ti odio perchè pretendi la piena conoscenza non avendola e perchè comunque non posso negartela, perchè mi fai essere come credi che sia.
Ti odio perchè hai gli occhi intelligenti, la mente sveglia e il volto malizioso.
Ti odio perchè parli facendomi male, facendoti amare, dispiaciuta per il male inflitto, compiaciuta per l'esercizio compiuto.

Ti odio....dio come ti odio.

martedì, maggio 09, 2006

Vomitando sulla polvere

Procediamo con i miei esercizi da narratore. A seguire un pezzo scritto per un racconto a più mani. I toni decisamente cupi e crudi lo rendono un'ottimo antidoto per il tanto schifato finale del precedente racconto. Spero vi piaccia. Nota (non è autoconclusivo, per ovvie ragioni).


- Forse non ci siamo capiti…non ti sto chiedendo se ti va di andare a fare il culo a quella feccia infetta, ti sto ORDINANDO DI FARE IL FOTTUTO CULO A QUELLA FECCIA INFETTA! Gli ordini del Comitato non si discutono, si eseguono!
La faccia del sergente sembra sul punto di esplodere. Un'unica verruca pulsante, rossa da dare il voltastomaco, strizzata dentro il ridicolo cappellino nero della guardia. Gli occhi porcini, arrossati di capillari dall’eccesso d’ira, si fanno ancora più piccoli tra il lardo gonfio e sudaticcio.
Fa terribilmente caldo. Il sudore mi cola copioso lungo il collo. Forse devo stare zitto, stare zitto e fare quello che mi viene detto…ma cazzo, mi fa schifo! Cazzo! Possono dire quello che vogliono ma quelli sono ancora esseri umani. Almeno la maggior parte di loro lo sembrano.
- Allora!? Per la fottuta puttana che era quella gran mignatta rottinculo di tua madre! Allora!? Che fai? Cos’è quella faccia da ebete? Mi hai sentito, ridicolo ammasso di sterco?
Lo sentivo, anche se quel vociare greve sembrava provenire da una distanza grandissima, da centinaia di chilometri nel Deserto di Vetro. Il fetore del suo alito purtroppo era molto più vicino e tangibile, il contatto della sua saliva sul mio viso bollente, spellato dal sole.
- Si…si signore. Ho sentito.
- Bene! Allora prendi quel fottuto ferro e rimettiti in riga con gli altri!
Sollevo il fucile, il rostro e la bisaccia con le fiasche incendiarie. Ho sempre paura di finire incenerito. Non sarei il primo a cui succede. Sono troppo fragili. Il sole arroventa la piazza d'armi, tutto puzza di polvere.

- Tayler, muoviti! cazzo non li vedi? Quella casa è piena. Che aspetti, che ti appestino? Hey, Lev…porta qui quel lanciafiamme, c’è spazzatura da bruciare!
Ed fa tutto meccanicamente, come fosse la cosa più comune del mondo, la più banale, come se non stesse privando della vita creature ancora fin troppo umane.
Se ne stanno rintanati negli angoli, si infilano in ogni pertugio che riescono a trovare, come grossi scarafaggi. Alcuni di loro sono minuti, bassi, più degli altri, si potrebbe pensare che si tratti di bambini ma ci hanno detto che non si riproducono, che sono sterili. Ci hanno detto che l’unico modo che hanno per moltiplicarsi è infettare gente sana. Nessuno ha capito come avvenga, ma tutti ne hanno una paura fottuta.
- Qui, qui, dagli una bella sfiammata…hehe…fammeli belli croccanti. cazzo come puzzano! Sbrigati, non credo che mi diano altro rancio se tiro su quello che ho appena mangiato.
Ne abbiamo chiusi una dozzina tra le macerie di un palazzo di mattoni rossi di cui non restano che le mura del pian terreno. Si ammucchiano uno addosso all’altro. Stracci laceri e pelle biancastra rigata da striature azzurre, muscoli atrofici ed ossa sporgenti. Sui crani oblunghi, sparuti peli grigi. Tagli malamente rimarginati sull’intera superficie dei corpi piegati ed artritici.
Li stiamo stringendo, come prevede la procedura. Lew ha un sorriso sporco e giallo da qualche parte tra la fuliggine, un sorriso che strizza un mozzicone di sigaro. Armeggia con la valvola di sicurezza del lanciafiamme. La fiammella davanti all’ugello crepita impaziente.
Più ci avviciniamo e più quegli esseri si agitano. I loro occhi, esposti tra palpebre consumate, velati da una malsana pellicola biancastra, si accendono di metallica e febbrile angoscia. Quelli più piccoli si rintanano dietro gli altri, si artigliano vicendevolmente, terrorizzati. Emettono uno stridio agghiacciante, suoni acuti e ferini di bestie in trappola.
Il più alto, più vicino a noi, si gira di scatto brandendo un tubo di metallo evidentemente troppo pesante per le sue braccia rachitiche. Digrigna denti appuntiti in una parodia di bocca senza labbra. Sventola sgraziatamente l’arma improvvisata davanti a se. Ed gli saltella davanti evitando con facilità i fendenti abbozzati.
- Hei…hei, hei! C’eri quasi fogna, qualche centimetro…hop…mancato…hei ragazzi, guardatelo, ci si mette d’impegno. Tom, secondo me se la cava meglio di te…hop. Brava bestiaccia, stai migliorando, continua così.
- Stai zitto stronzo. E smettila di giocarci! Abbiamo ancora tre isolati da fare e mi hanno già fatto venire il voltastomaco.
- Hai sentito la signorina? L’hai sentita fogna? Non possiamo più giocare, non vorrai fargli venire il mal di pancia vero?
La creatura si lancia in un affondo. Ed scarta di lato e le assesta un colpo con il calcio del fucile. La mandibola va in frantumi, la povera figura martoriata finisce a terra contro le gambe di Tom, quello urla e la calcia via verso i suoi simili.
- Ci siamo divertiti abbastanza bambini. È ora di pranzo, faremo un bel barbecue.
Ed e Tom si allontano. Lew cominciò a cospargere quel cumulo di pallida disperazione con cherosene incendiato. Una risata grottesca gli erompe dalla gola e si fa spazio tra i denti stretti intorno al mozzicone fumante del sigaro. Mentre tiene premuto il grilletto, pian piano, il suo intero corpo è scosso da quella oscena ilarità.
Quell’uomo non è persuaso a fare una cosa orribile credendola giusta, sta solo facendo una cosa che lo diverte. Il potere ardente che gli scaturisce tra le mani lo inebria, lo inebria l’odore chimico del cherosene che brucia, lo inebria quello dolciastro della carne che brucia. La sua faccia nera d’inferno, gronda sudore lurido sui lineamenti contratti dal godimento.
Gli altri due, con lunghe forche metalliche, ricacciano i fuggitivi verso le fiamme voraci.
I loro corpi avvampano come sterpaglie secche, scoppiettano e si accartocciano. La pelle pallida e delicata si stacca, sfrigola, brunisce per poi carbonizzarsi. Gli occhi, quei grandi occhi lattei, un misto liquido di orrore e odio, mi fissano con l’intensità degli ultimi istanti di vita, prima di colar fuori dalle orbite. Lo stridore delle loro gole consumate mi penetra nella mente, oltre il rombo del fuoco, oltre le risa oscene, oltre il dileggiare degli altri carnefici. Aguzzo trapassa ogni pensiero ed inchioda la mia consapevolezza. Una mano gelida mi stringe i visceri, mentre l’infernale calore la cui eco più blanda mi investe il viso, trasforma quei corpi miserabili, privandoli di ogni integrità, d’ogni umidità vitale.
Lascio cadere il mio rostro e corro all’esterno. Sento l’acido alla base della lingua. Il mio disgusto, la mia colpa, erompono in un getto verde sull’asfalto nero ricoperto di sabbia. Cado in ginocchio reggendomi lo stomaco. Quegli occhi, quelle urla mi perseguitano. Non ho bisogno di vedere il massacro, il massacro è dentro di me. Continuo a vomitare. Alla fine i conati non spremono che succhi gastrici.
Il pesante anfibio arriva contro le costole senza che io ne abbia il minimo avviso. Cado a terra supino, il fiato spezzato.
- Che cazzo ti prende stronzo!? Si può sapere che cazzo credi di fare!? Non puoi scappare dal tuo fottuto lavoro. Quella merda deve bruciare, bruciare! Mi hai sentito?!
Ed mi sferra un altro calcio, poi un altro e un altro ancora, con foga, con cattiveria.
- In questo mondo di merda non c’è posto per i codardi. Nella mia fottutissima squadra non c’è posto per i codardi. Non mi posso fidare ti te. Non mi va di essere divorato da quegli scarafaggi disgustosi. Non voglio che mi infettino.
Qualcosa si è rotto. Sento sapore di sangue e respiro a fatica. La testa mi ronza, come un vecchio lampione che fa troppa resistenza e il dolore mi artiglia tutto il corpo mentre mi raggomitolo per proteggermi dai colpi.
- Perché non fai un atto misericordioso Ed? Perché non lo ammazzi?
Lew sta appoggiato al muro di mattoni rossi, appena fuori dal mattatoio improvvisato. Dietro di lui un fumo nero e denso si alza verso il cielo. Ha ancora una smorfia compiaciuta. Nei suoi occhi slavati c’è un perfido divertimento. Si riaccende il sigaro con la fiammella del lanciafiamme e tira due lunghe boccate. Fuma, come un amante che si rilassa dopo aver consumato.
Ed lo fissa per un po’, la faccia pensosa, poi torna a guardare verso di me e sogghigna.
- Già, potrebbe essere una buona idea. Magari è la volta buona che ti levi dai piedi, no Dunst? Magari il prossimo che ci mandano non sarà un finocchietto del cazzo, uhm? Che ne pensi, può essere?
Ed fa scivolare fuori dal fodero il suo coltello seghettato. Il riflesso sulla lama mi abbaglia. Si china su di me e mi spinge il ginocchio sul torace. La lama mi bacia la gola e un rivolo di sangue caldo comincia a scivolarmi sul collo.
Che mi uccida. Non ho motivi per continuare a vivere. Chiudo gli occhi e prego che faccia in fretta.
- Finitela! Siete impazziti? Avete presente quante grane se dobbiamo spiegare com’è morto?
Riapro gli occhi e piego la testa di lato. Tom si sta avvicinando.
- Cazzate, basterà combinare la cosa in modo che sembri un incidente. Un lavoretto pulito.
Avviene in un attimo, in un solo secondo. Ed adesso è a terra fianco a me. Tom urla. Lew impreca. Non capisco da dove siano usciti. Nessuno di noi li ha sentiti venire. Si avventano sui miei aguzzini e li sommergono.
Ed è già morto. Il suo cranio si è fracassato contro una grossa roccia puntuta e ora la sua faccia è lorda di fango e di vomito. Tom strepita mentre quelle creature esili e malaticce gli squarciano il ventre ed è ancora vivo mentre gli affondano i dentini aguzzi negli intestini e li lacerano con colpi secchi del collo. Lew è più resistente, li afferra per il collo e gli spezza la spina dorsale con la sola forza delle sue mani immense, ma sono troppi, gli si arrampicano addosso, lo graffiano, lo mordono. Uno gli si avventa sui polpacci vorace, folle. Lew cade e sparisce in quel mare di arti rachitici, denti, unghie, occhi rabbiosi. Lo zaino con la bombola di cherosene si stacca e cade poco lontano. Se esplode moriremo tutti. Ma non succede.
Sono immobile per il pestaggio e per la paura. Credo di essermi pisciato addosso, ma non ne sono sicuro, il dolore copre ogni cosa.
Improvvisamente due piedi artritici mi coprono la scena. Sono su di me. Mentre le loro dita aguzze cominciano ad afferrarmi, i loro piccoli pugni spigolosi ad abbattersi su di me, un boato copre ogni cosa. Luce bianca. Calore infernale. Poi solo oscurità, oscurità e silenzio.

Le voci fecero scattare qualcosa in me. Potrei chiamarlo istinto di sopravvivenza, ma non renderebbe l’idea. È qualcosa di estremamente raffinato che spinge la mia mente in uno stato di concentrazione perfetta.
Adagiai delicatamente la ragazza su una stuoia mangiata dalle cimici nell’angolo più asciutto della stanza. Mi concessi il tempo per carezzarle il viso e chiudere le palpebre sui suoi occhi castani, così profondi da sembrare ancora vivi. Quella pelle pallida e fredda urlava la mia colpa, ma non c’era tempo, dovevo sopravvivere, sopravvivere per potermi lacerare l’anima e perdere ancora un altro brandello di umanità.
Saettai silenzioso verso la tromba delle scale, i sensi in allerta. Pioggia che batteva su pietra, su fango, su cuoio, su pelle, su capelli, su rabbia. Suole di gomma, di legno battevano impazienti. Schianti di porte, finestre, vetri frantumati tre piani più sotto. Minacce urlate con la spavalderia del numero, con la tracotanza di chi porta il fuoco, il fuoco che scaccia l’oscurità, che arde l’empietà, che purifica.
Due spari al cielo. Quei suoni mi parlarono chiari come un libro stampato: un gauge 20, fucile da caccia, un hammer gun probabilmente, e un arma autocostruita, messa insieme con non troppa maestria, non ci avrebbe messo troppo ad esplodere in faccia a chi la imbracciava. Non avevo idea di come facessi a sapere tutto questo. Ma non era importante.
Una voce forte, sicura incita i compagni, nel nome di un dio dimenticato che ha lasciato i suoi figli vivi dopo l’apocalisse, li sprona ad abbattere i servi del maligno, le bestie empie che la follia dell’uomo ha creato.

lunedì, maggio 08, 2006

Inaspettatamente...eppure come al solito


Sono un ciclotimico del cazzo! (vero Tuc?)
Su sto cazzo di blog scrivo solo quando sono di cattivo umore.
Oggi sono sereno...ne hanno avuto prova gli sventurati che mi hanno incontrato: la mia dissenteria verbale ha dato il meglio HeHe.
Vedremo fin che dura, cmq questi esami da tre crediti mettono a dura prova il mio equilibrio nervoso...per oggi, però, va così :)

sabato, maggio 06, 2006

Collasso: fallito ritratto di un momento di inattesa felicità

L’insoddisfazione di un momento si proietta sull’infinito.

Errori su errori si ammassano, ingombrano i polmoni, salgono schiuma bianca fino alla bocca.

Il mondo di una stanza si chiude intorno e nelle orecchie esplode la pressione.

L’aria si trascina faticosamente dentro e fuori, il petto si muove appena, contratto, con scatti spastici.

Una sensazione di tiepido vuoto piatto permea la coscienza e le viscere in risposta si torcono, lo stomaco si chiude, la gola si stringe.

Tutto collassa in un implosione terribile da cui la proiezione della mente verso un futuro prossimo non salva. Ma il collasso non ha fine, non concede il dono dell’oblio.

La fine esiste solo prima della fine, dopo, il nulla.

lunedì, maggio 01, 2006

Calor bianco

Soundtrack: Lali Puna - Scary World Theory

Le foglie verdissime stormisco al vento, in alto, sopra le loro teste. Avanzano vicini sul vialetto di ghiaia bianca che scricchiola sotto i loro piedi. Lui gesticola, appassionato dal suo discorso. Lei lo ascolta attenta, concedendogli, di quando in quando, lunghi, profondi sguardi castani. Sorride impercettibilmente mentre lui, per vie intricatissime raggiunge le sfere celesti argomentando dei massimi sistemi.
Un cigno incede, bianco, nel piccolo laghetto recintato da una staccionata di legno grezzo. Alberi dai tronchi scuri, umidi sporgono le loro chiome sopra di esso, evocando una frescura rilassata.
Il sentiero li ha condotti entro una piccola grotta di pietra, ammorbidita da sbuffi muschiosi.
- Che bello questo posto…ci sono sempre passata vicino, ma non ci sono mai entrata.
Lui smette di parlare, si guarda intorno. Il vecchio custode armeggia con un grosso paio di cesoie nella serra addossata al muro perimetrale. Una giovane donna viene loro incontro spingendo una carrozzina. Il bambino che vi dorme è incredibilmente ricciolo. Lontano, dall’altra parte del parco, il suono ritmico di bonghi ed un chiacchiericcio allegro. Il verde è talmente acceso che sembra avere vita a se, sembra liquido, sembra che possa gocciolare dalle foglie ad ogni refolo. La pioggia, le gocce calde e rade, cessata da poco, ha riempito l’aria di odori: l’erba, la terra, la polvere, l’asfalto appena oltre il muro, il cemento del muro stesso.
Raggiungono una panchina, si siedono, in silenzio. Lei guarda il cigno sulla riva sassosa del laghetto. Con l’ala alzata si liscia il piumaggio. Con una mano si sposta una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Restano in silenzio. Lui è nervoso, lascia che lo sguardo vaghi intorno senza posarsi su nulla per più di qualche istante. Il silenzio lo spaventa, lo atterrisce. Lei sente il suo nervosismo, la diverte. Si volta ad incontrare il suo sguardo, ancora quel sorriso appena accennato sulla labbra. A lui quel sorriso pare ad un tempo dolcissimo e terribile, quelle labbra morbide, si piegano in una curva tanto delicata quanto tagliente. Il viso è caldo, più di quanto la temperatura dell’aria non giustifichi. Il cuore risale fastidiosamente l’esofago.
- Cosa dicevo…?
Disingaggia il suo dallo sguardo di lei.
- Non resisti per molto tempo.
Perplesso torna a guardarla.
- Non resisto a cosa?
- Non resisti per molto al silenzio. Credi di dover dire sempre qualcosa di intelligente? Credi davvero di poterci riuscire?
- Io…
Lo sguardo torna a fuggirla, l’espressione si rabbuia.
- Pensi che qualcuno possa riuscirci davvero, ma soprattutto, credi sia così importante, che sia necessario, che abbia un senso?
Lui rimaneva in silenzio e fissava la ghiaia. Lei ancora manteneva il sorriso appena accennato e l’aria tranquilla, ma cominciava a preoccuparsi, a temere di essere stata troppo brusca. Le era venuto spontaneo rispondere così. Per qualche motivo che non riusciva a spiegarsi, era convinta che anche lui si aspettasse, addirittura che desiderasse essere fronteggiato in quel modo.

Da quando lo aveva conosciuto, appena tre settimane prima, per caso in un locale, ne era rimasta subito affascinata. Lui aveva bevuto qualche birra di troppo e probabilmente questo gli aveva dato una mano a trovare il coraggio per lasciare i suoi amici e andarsi a sedere al tavolo dove lei sorseggiava un cuba.
Era sola quella sera, ogni tanto le piaceva uscire a fare quattro passi, ma la pioggia improvvisa l’aveva costretta a riparare nel bar. Lui si era seduto, l’aveva guardata per qualche minuto con sbilenca intensità, poi, a bruciapelo, tutto serio le aveva chiesto:
- Che ne pensi della solitudine?
Da quella inusuale domanda era iniziata una lunga chiacchierata che, partendo dal tema originario, aveva poi toccato praticamente qualsiasi ambito.
Inizialmente stranita e anche un po’ preoccupata, non aveva potuto evitare di farsi prendere dal discorso. Parlando lui usava spesso termini eccessivamente ricercati e sembrava che lo preoccupasse parecchio l’idea di non sembrare abbastanza intelligente ed interessante. Ciononostante i suoi intricati ragionamenti erano molto lucidi, stimolanti, originali, ma soprattutto le sembrava di poter percepire la passione con la quale li aveva elaborati, passione con la quale argomentava e riusciva a rendere chiare anche le affermazioni più astruse.
Avevano parlato per oltre due ore, senza che lei se ne accorgesse. Lo salutò, lui le chiese se volesse essere accompagnata, ma lei declinò, aveva smesso di piovere. Negli occhi di lui, sotto l’euforica umidità dell’ebbrezza, per un attimo passò un lampo di delusione.
- Senti, ti va se domani pomeriggio prendiamo un caffè?

I loro incontri a seguire non avevano fatto altro che confermarle l’impressione che aveva avuto. Le piaceva stare con lui, passava da momenti di umorismo paradossale a momenti di profondità a volte gratuita. Poteva sembrare saccente, e forse un po’ lo era, ma tutte quelle improbabili, singolari nozioni, riguardanti gli argomenti più disparati parevano connesse tra loro, in un unico flusso di pensiero che riusciva ad essere in qualche modo coerente…armonioso.
Lui la faceva sentire bene, la stimolava, la intrigava, la divertiva e, in un modo che non riusciva a spiegarsi, riusciva a anche a tranquillizzarla…eppure…eppure anche quella sua ossessione di non apparire all’altezza, quella sua insicurezza, la paura che il contatto con lei sembrava provocargli e che si scontrava con l’evidente attrazione, anche tutto questo si confermava. Lei non riusciva a capire il motivo di tutto questo, la incuriosiva e a volte la innervosiva pure. Si divertiva di quando in quando a stuzzicarlo, rispondendo in modo opposto a quello atteso alle domande retoriche che ogni tanto infilava, a caccia di conferme, nei suoi torrenziali discorsi o mettendolo in imbarazzo con quesiti impertinenti che lo coglievano alla sprovvista. Il fastidio, per quel poco che ne aveva manifestato, era stato solo iniziale. A lui quel gioco sembrava piacere molto, tanto che a volte era come se le fornisse le occasioni per portarlo avanti. Dal canto suo lei si era lasciata prendere la mano sempre di più, senza preoccuparsi di stare esagerando…fino a quel momento.

Mentre lui le nega i suoi occhi, persi nel vuoto tra i sassolini bianchi del sentiero, il sorriso impertinente di lei va sfumando. Una punta di rimorso comincia a gravarle nel petto: “e se avessi esagerato?”. Ha voglia di chiedere scusa, di abbracciarlo, di dirgli che non voleva ferirlo.
Non sorride più, lo guarda e allunga una mano verso di lui. Improvvisamente lui si gira, la fissa intensamente negli occhi profondissimi, scuri nella fresca ombra di quell’antro. Lo sguardo sembra durare un tempo infinito. Il cuore di lui batte forsennato, tanto forte da sbilanciarlo. La decisione l’ha già presa, oramai è irreversibile, ma il tempo che si dilata lascia spazio ad una paura infinita.
Lei lo fissa, non capisce, accade tutto troppo velocemente perché possa pensare, solo…nei suoi occhi vede una luce strana, una determinazione, una…chiarezza, simile a quella della prima sera, ma molto più intensa. Lui si sente cadere verso di lei, verso le sue labbra così morbidamente dolorose, verso i suoi occhi, stelle di luce scura. Con una mano le cinge il fianco, con l’altra le accarezza la guancia…e la bacia, con delicatezza. Per un istante per lei c’è solo il calore, il calore e come tensione elettrica a fior di pelle. Sotto le labbra di lui, così delicate, sente una passione, un desiderio che contiene a stento, aspettando d’essere ricambiato. L’istante dopo anche le braccia di lei cingono lui e la sua bocca si fa vorace nel cercare quella passione e quella passione scatena. Ora entrambi bruciano e in quella fiamma tutto il resto scompare, resta solo la fisicità unica e inequivoca dei loro corpi, congiunta nel punto perfetto e cangiante del desiderio reciproco.