giovedì, ottobre 25, 2007

Momenti


Ci sono dei momenti in cui ti senti estremamente vivo e senti cose che fai, che normalmente valuti molto poco, incredibilmente importanti.

In tutto questo, spesso, alcol (in quantità ragionevoli), amore e musica giocano un ruolo fondamentale.

Se si imparasse a coltivare questi momenti adeguatamente, basterebbero da soli a ripagare il biglietto della vita


lunedì, ottobre 22, 2007

Alice - la morte/nascita


- Questo racconto è per la mia Chiara -

Alice aveva freddo. Alice aveva un freddo fottuto. Le mani di Alice si stavano congelando, le dita si irrigidivano, non le sentiva più. Chiudere il pugno era una sofferenza atroce. Chiudere e aprire il pugno era come stringere lame affilate, ancora e ancora. Alice stava facendo amicizia con il dolore. Il dolore saliva lungo le braccia di Alice. Ghiaccio liquido scorreva nelle vene. Cristalli acuminati martoriavano la carne da dentro. Alice voleva fare amicizia con il dolore.

- Non scappare, Alice, dal dolore…non scappare.

La bocca di Alice si muoveva a scatti. Le labbra di Alice erano roventi. Qualcosa di caldo e liquido bagnava la pelle secca del volto di Alice. Non erano lacrime, Alice lo sapeva, troppo dense, troppo lente nel rotolare giù lungo le guance, intorno alla bocca di Alice. Alice alzava gli occhi al muro. Uno specchio sporco e rotto mostrava Alice ad Alice.

Alice, la piccola Alice, la povera Alice. Alice aveva la faccia scavata, gli occhi infossati dal contorno livido. Alice aveva gli zigomi sporgenti e la bocca screpolata. Alice aveva la pelle bianca ricoperta di sporcizia e i capelli castani, pieni di polvere. Alice, la piccola Alice, piangeva sangue, denso, scuro, lento.

Il dolore era lo scialle gelido sulle spalle di Alice. Alice sapeva, come sapeva che il rosso è diverso dal nero, che quando il dolore fosse entrato nel petto, quando il dolore, gelido, avesse raggiunto il cuore, Alice sarebbe morta. Il dolore non era più amico di Alice. Alice aveva paura.

- Scappa Alice, corri via dal dolore. Caccia il dolore Alice!

Alice sudava, il cuore di Alice batteva scomposto contro il petto. Alice si alzava in piedi di colpo. Polvere e calcinacci cadevano dal corpo di Alice. Fuori dalla porta. Fuori dalla porta correva Alice, lungo il corridoio buio. Lungo le scale strette. Lungo il vialetto in mezzo al fango. Nel vicolo deserto, sotto una pioggia fetida. Alice si fermava, alzando la testa a fissare il cielo plumbeo tra i palazzi. Nel cielo una faccia smisurata, la faccia di un titano. Nel cielo la faccia del titano parlava parole enormi e pesantissime. Le parole enormi del titano stridevano l’universo. Alice si portava le mani rigide alle orecchie e urlava per quel rumore insopportabile. Le mille lame di ghiaccio affondavano nei palmi di Alice. Alice soffriva e cadeva, cadeva sull’asfalto.

Lentamente, il terribile suono lasciava il cranio di Alice, rimbalzandovi sempre più sommesso. Alice si rialzava e riprendeva la corsa. Le parole del titano erano sagge, Alice sapeva cosa fare. Alice correva lungo il vicolo, fino in strada. Attendeva, Alice, in agguato nell’ombra del palazzo. Un omino piccolo, un omino insignificante avanzava nervosamente verso Alice. Nella sua camicia gialla, nella sua giacca marrone, nei suoi pantaloni grigi, l’omino avanzava verso Alice. La mano di Alice saettava dall’ombra. Si chiudeva la mano di Alice intorno alla cravatta marrone dell’omino. Le mille lame di ghiaccio affondavano nella mano di alice. L’omino spariva nell’ombra.

L’omino era piccolo, insignificante. L’omino era basso e calvo. Il grosso naso coperto di punti neri. L’omino aveva le labbra grosse e la bocca piccola. L’omino tremava davanti ad Alice. Alice era alta, più alta di lui. Alice era bianca e livida. Alice aveva la morte negli occhi. La paura era nello sguardo di Alice e con la paura la follia.

- Dammi i tuoi soldi bastardo d’un nano! Dammi i tuoi soldi e pure l’orologgio! Dammeli o, giuro, sei morto, stronzo di un nano!

Alice era furiosa. Sbavava e schiumava come un cane. Alice non voleva morire. Il nano bastardo non l’avrebbe fermata. Il nano fottuto non l’avrebbe finita. L’omino frugava le tasche tremando. L’omino, la gola strozzata dalla cravatta marrone, orinava nei pantaloni con leggero scrosciare.

- Prendili! – diceva porgendo il portafoglio – Prendili, ti prego, ma lasciami andare!

Gracchiava l’omino sospeso dal suolo. In punta di piedi pregava e piangeva.

Il braccio di Alice sembrava spezzarsi in mille cristalli di ghiaccio.

- Dammi bastardo! – Urlava Alice lasciandolo al suolo – Stai zitto! Che cazzo ti preghi! Che cazzo ti urli, nano di merda! AH! La testa! La testa mi scoppia!

L’anfibio di Alice si abbatteva feroce sull’inguine basso. L’omino cadeva in ginocchio, la virilità solo un ricordo in poltiglia. Un urlo muto fermo sull’O della bocca. Il dolore era nel petto di Alice. Il dolore le stringeva i seni, amante violento. Il dolore voleva prenderle il cuore. Alice stava per morire.

- Dammi il cazzo di orologio nano di merda! Dammelo!

Ma l’omino, le mani all’inguine, restava immobile. Gli occhi persi nel vuoto, l’omino non si muoveva.

La mano di ghiaccio di Alice, la mano destra di Alice, scompariva dietro la schiena. Compariva un lungo coltello lucente. Gelide lame le trafiggevano il palmo e le dita. Il coltello di Jak, un coltello da caccia. Balle. Un coltello militare. Trenta centimetri, trenta centimetri e la sezione a triangolo. Le ferite non si chiudono. Trenta centimetri ed il retro seghettato. Jak era morto. Quello era il coltello di Alice.

Il coltello spariva nel ventre dell’omino. Il coltello spariva in un baleno, ma la penetrazione di Alice durava all’infinito. Tempo lento. Alice sentiva la resistenza fibrosa dei vestiti, la resistenza gommosa della pelle, la resistenza collosa del grasso e dei muscoli. Alice penetrava nel ventre dell’omino trenta centimetri di acciaio.

Alice sentiva caldo allo stomaco e guardava gli occhi di vetro dell’omino. L’omino non era più insignificante. L’omino era la morte e la morte Alice aveva evocato. L’omino era l’opera d’arte di Alice. Alice sentiva caldo allo stomaco, caldo languido, caldo liquido e denso che scendeva all’inguine. Il caldo bagnava Alice a spasmi, a contrazioni lente e violente. Il caldo era nel naso di Alice, la dove sta il freddo crampo se mangi troppo veloce un gelato. Il caldo era negli occhi di Alice, umidi, usciva lungo la strada del sangue, ormai secco. Alice gemeva sotto voce, una singola volta, la bocca aperta, contratta. Un rivolo di saliva sottile colava dal labbro di Alice. Gli occhi di Alice persi nell'estasi.

Ma il dolore tornava feroce, in vortici, spirali, scendeva in profondità. Il dolore puntava al cuore. Un’altra morte Alice aveva evocato, non la sua. Alice guardava la morte continuando a morire.

Riscossasi, Alice tornava a temere. Alice tirava il coltello col rigido braccio. Lame di ghiaccio trafiggevano il palmo. Era come un sacco di plastica pieno di immondizia. La lama seghettata usciva a fatica. Alice tirava con forza rinnovata. Il sacco si apriva versando budella, icore e fetore. Le mani di Alice erano piene di sangue. Il calore fugace le dava sollievo, le lame di ghiaccio parevano uscire. Il falso sollievo rimaneva di stucco, riprendeva Alice a fuggire.

Di nuovo per vicoli oscuri e vuoti. Alice correva forsennata. Alice sapeva dove andare: il titano nel cielo era saggio, troppo saggio da ascoltare. Ma si doveva obbedirgli per fuggire alla morte. Alice sentiva ansimare. Rumore di artigli sull’asfalto del vicolo, dietro le spalle Alice sentiva la morte. Sopra la spalla si era girata a guardare. Cerbero tricefalo, vomitando fuoco, le puntava le natiche. La bestia enorme sbatteva contro i muri dei vicoli stretti. Terremoti e piccoli crolli. Ogni cosa sul suo cammino veniva schiantata.

- Alice la morte ti segue! La morte ti prende! La morte è la fine! Scappa Alice!

Alice piangeva ancora una volta. Iniziava a zoppicare. Il freddo maledetto le mordeva le gambe. La bestia feroce guadagnava terreno. Per tempi infiniti, tra mura infinite correva Alice, dimentica anche di respirare. Una porta nera le si parava di fronte. Sulla porta un cuore rosso a spray colato. Alice sapeva che la doveva attraversare. Allungò sulla maniglia la mano. Lame di ghiaccio la trafissero tutta. Sentiva dietro guaire. Cerbero tricefalo non si arrischiava ad avanzare. Tremava come un cucciolo ed Alice rideva, ma non c’era tempo: della morte non era l’unico messaggero. Alice apriva la porta e scendeva le scale.

sabato, ottobre 13, 2007

Sammy the Salmon & Fatlip



Secondo me è geniale...poi vedete un pò voi. Sammy the Salmon è il mio nuovo guru!!!!

Testo della canzone The Salmon Dance - The Chemical Brothers (Feat. Fatlip)

Hello Boys and girls, my name is FatLip
and this is my friend Sammy the Salmon
''1 - 2''
Today, we're going to teach you some fun facts about Salmon,
And a brand new dance.
Let me introduce to you a brand new dance
I know you're gonna love it if you give it one chance
It's not complicated, it's not too hard
You don't even have to be a hip hop star
See anyone can do it, all you need is style
Listen up peep gang (?) I'm a show you how
Put your hands to the side, as silly AS SILLY AS IT SEEMs
And shake your body like a salmon floatin' up stream!
I'll float up stream
(you know how we do it, you know how we do it)
Again
*All my peeps spend part of their life in fresh water*
*And part of their life in salt water*
Wow, very interesting
*We change round a couple of days after spawning*
*Then we DIE* (?)
When I first did the Salmon all the people just laughed
They looked around and stood like I was on crack
I heard somebody say out loud what the fuck is that
This nigga's dancin like a fish while he's doin' the snap
But the more I kept doing it the more they kept feelin' it
Tnd then I heard some bitches say yo that niggas killin' it
By the end of the night everyone was on my team
And the whole club was dancing like a salmon floatin' up stream!
I'll float up stream
(you know how we do it, you know how we do it)
again.
*Most of our friends find their home waters by their sense of smell*
*which is even more keen than that of a dog or a bear*
Wow.
*My family also rely on ocean currents, tides*
*The gravitational pull of the moon*
The moon? Fish pay attention to the moon? Wow.
*Did you know?*
What?

*That I could go to Japan, and back.*
You're kidding me. Amazing. Jeez.
*Polluted water can kill both baby salmon, that are developing*
*and the adult salmon, that are on their way to spawn.*
Wow what a shame, what a shame
Huh?
Woah.
Wow. Hey kids, hey give it up for Sammy the Salmon and his amazing salmon dance.
Huh? Whadda ya say?
Who's Hungry?

Da parecchio tempo non bevevo così...

- Death in Vegas - Hands around my Throat -

Qualsiasi cosa io possa pensare e scrivere esprime la mia medianità.

Non importa granché quanto io possa differire dalla mia categoria di riferimento...ho una categoria di riferimento. In sostanza e senza stare troppo a sottilizzare io sono ACCETTABILE, posso essere ritenuto sfigato o degno di considerazione, ma sono, comunque, pienamente ACCETTABILE.

La normalità è più di un concetto statistico, è assai più ampia di quanto non si possa pensare. Il sistema è enorme e comprende funzionalmente anche parecchio di ciò che è "anti-sistema".

Forse è solo una questione di originalità, una questione grandemente idiota, perchè potrebbe essere girata come questione dell'assoluta incapacità di sentire l'originale, o come la questione dell'autenticità, dell'originale-originale, dell'irripetibile.

Paradossale l'invariabilità della percezione della solitudine esistenziale che c'è se stai tra tanti altri e ti confondi con loro, o se sei diverso da tutti.

Ora come ora provoco a me stesso la più grande delle vergogne per il motivo stesso di starlo scrivendo, eppure lo scrivo.

Non si può mai davvero regredire, ne stupirsi veramente per ciò che si è sempre saputo.

mercoledì, ottobre 10, 2007

Assurdo quotidiano, ovvero, l'eterorazionalità


Avevo l'abitudine di pensare all'assurdo come qualcosa di eccezionale, di fuori dagli schemi e quindi di infrequente, qualcosa di isolabile, di circoscrivibile da cui prendere le distanze.


Convinzione sbagliata...o almeno, questo è quello che ho cominciato a pensare da qualche tempo a questa parte. L'assurdo è dietro ad ogni angolo, quotidianamente, parlando con ogni persona, lo trovi quando ti accorgi che ognuno ha i suoi propri riferimenti in merito a cosa è "razionale" e a cosa è "sensato", che l'aura di universalità di queste parole è solo apparente.


Ogni testa è un universo a se stante ed ha una propria "razionalità", certo, l'appartenenza a specifiche gruppi, culture, società influenza questa "razionalità" e rende in certa misura simile quella di due persone con la medesima appartenenza, ma non ci sono più identità totali, ognuno si caratterizza per appartenenze molteplici e comunque la "uniformità" della razionalità richiesta/imposta dal gruppo/cultura/società (forse per fortuna) non è totale, ma è la minima indispensabile.


L'assurdo, o meglio "l'etero-razionale" se non proprio l'assurdo, è un oceano profondissimo ed "il comune buon senso", "la razionalità" sono funzioni sociali artificiali che formano una sottile patina sulla sua superficie.


(mentre finisco di scrivere ho già maturato delle obiezioni da muovere a me stesso ed al mio discorso, ma penso che lo lascerò come fotografia di un momento di solitudine esistenziale e mi accoderò ad eventuali commenti altrui :) )

martedì, ottobre 09, 2007

Petulanza e intolleranza, con una buona dose di panza


Rabbioso, intollerante, dalla lagnanza facile, sovrastimatore di problemi, sottostimatore di capacità.

Forse mai quanto ora.

Forse per colpa del brusco (ma non totale) ridimensionamento delle sigarette fumate al dì.

Stanco, stanco di me stesso, ma anche incapace di soluzioni radicali perchè non è tutto da buttare e perchè non tutti i problemi che mi assillano la testa sono cazzate pompate.

Devo farmi un corso di yoga...ma ho paura che non serva a niente.

Forse dovrei imparare semplicemente a fare più spesso respiri profondi.

lunedì, ottobre 08, 2007

Piccole, stupide, rapide riflessioni sulla morale


- Locandina del film "In questo mondo libero" di Ken Loach, la visione del quale è stata l'incipit per discussioni e riflessioni del tenore di quanto scritto a seguire -

La differenza tra teoria e pratica.

La differenza tra valore, atteggiamento e comportamento.

La coerenza tra idee e azioni e la moderazione.

Temi di rilevante importanza.

Il fatto che non sempre il nostro agire è perfettamente all'altezza dei nostri valori, il fatto che a volte sacrifichiamo parte della nostra "rettitudine" al pragmatismo e alla concretezza, il fatto che mediamo tra quello che "deve essere" e quello che "può essere", tra ciò che ci piace e ciò che riteniamo giusto...rende meno degne le nostre convinzioni, la nostra etica, la nostra morale?

Non credo, in fondo i valori sono qualcosa a cui tendere, rispetto ai quali orientarci, ma ci sono diversi ordini e tipi di valori che coesistono in ognuno di noi (tranne forse le eccezioni degli estremisti, ma anche in quel caso si potrebbe discutere). Ogni valore ha una sua rilevanza specifica, ognuno partecipa a costituire la nostra identità. Ed è proprio di questa fitta rete di riferimenti (oltre che ad elementi di altra natura) che teniamo conto nell'agire e non ad uno solo tra essi (anche se uno può essere dominante rispetto ad altri in una specifica situazione).

Riflettere sull'incoerenza che può esserci tra il modo in cui ci comportiamo ed i valori che affermiamo/vogliamo/crediamo di seguire, può portarci a rivedere i nostri comportamenti o ad essere più critici nel definire le modalità con cui pensiamo di realizzare i valori stessi, ma non necessariamente (e anzi, molto difficilmente) ci porterà ad abbandonare questi ultimi del tutto, presi da cinismo totale o ad assumerne alcuni in modo fanatico come dogmi assoluti che non ammettono alcun ti pò di eccezioni, limitazioni o adattamenti nella loro concretizzazione.

Siamo esseri umani, quindi fallibili, e i valori sono riferimenti astratti...commettere un errore o, semplicemente, mediare tra più valori o tra valori ed esigenze pratiche, non priva di per sé il valore del suo significato.