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martedì, maggio 03, 2011

Una ragazza spigliata...




FRAMMENTO A003 - PSICOSONDA ALPHA - SOGGETTO I-PA-96

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Tabacco Kalassiano. Costa un occhio ed ha impiegato mesi ad arrivare, ma ne vale la pena, non puoi trovare di meglio per una bella fumata riflessiva.

Quello che potevi trovare era un momento migliore. Talia entra nel locale proprio mentre stai accendendo, Lucash la saluta rispettosamente e lei lo ignora. Prende le scale per il ballatoio e con quattro falcate è li, davanti alla tua scrivania e ti fissa.

- Mi chiedo per quale fottuto motivo devi essere sempre così… approssimativa.

- Ciao Tali, accomodati, gradisci qualcosa da bere?

- Non dico che non devi portare avanti i tuoi affari… ma per l’Imperatore e la Matriarca sua Sposa! Cerca almeno di tenere un basso profilo!

- Tengo sempre un basso profilo.

- Non mi sembra che organizzare un rave nell’impianto dismesso della stanza 116 e vendere psicotropi ricreativi extramondo possa essere considerato “tenere un basso profilo”.

- Questione di punti di vista. Ho solo fidelizzato la clientela.

- La clientela dovresti anche selezionarla. Comunque sono venuta a dirti che sei urgentemente richiesta presso l’Ufficio di Presidenza… e questa è una convocazione ufficiale. Spero che tu riesca a cavartela anche stavolta. Ringrazia la Madre…

- …Perdona la figlia.

[…]

L’edificio che ospita gli Uffici Commerciali del Settore Aspis si trova nella Stanza 416, Testa dell’Aspide. È alto al punto che connette pavimento e soffitto e ampio tanto che i suoi quartieri abbracciano l’intero volume della stanza.

Dall’identificazione ai cancelli perimetrali all’arrivo presso la segreteria dell’Ufficio di Presidenza passa solamente un’ora e mezzo. L’urgenza della convocazione comincia ad essere preoccupantemente manifesta.

Stai pensando intensamente alla sigaretta già arrotolata nella tasca superiore interna della giacca. Tabacco aromatico di Piscina IX, una delizia, ti scivola in gola carezzevole, ti sale al cervello tranquillizzante. Niente di meglio.

L’altissimo portale a doppia anta di nero lego-cristallo si apre scorrendo su guide ben lubrificate e la figura esile della Prodomina Valliris appare, incorniciata nel rettangolo luminoso dell’uscio. Davvero una bella donna, non c’è che dire. Certo, ti devono piacere gli impianti a vista, ma l’ocularis machina, il cogitator gratia, la manus scribendi e gli altri incrementi cibernetici erano stati rifiniti, nella loro estetica, da Selleria de Az, sicuramente la più abile bioscultrice in tutti i territori della Casa Esher, probabilmente in tutta Necromunda, sistema solare compreso.

- Mia cara, ben arrivata. Inutile dirti che avrei preferito vederti in circostanze diverse.

- Mia Signora.

Ti inchini rispettosamente. Nella scala gerarchica del settore, la Prodomina è formalmente la seconda, di fatto c’è chi dice che la sua influenza sulla Domina Mater Galena Zigler, Amministratrice Delegata delle Industrie Aspis e Prefetto dell’omonimo settore, sia divenuta tale che, di fatto, ne occupi il vertice.

- La Domina Mater ti riceverà a breve. Ti consiglio, figlia mia, di tenere un basso profilo, di essere rispettosa e remissiva, soprattutto concentrata e attenta, in modo che tu possa imparare il più possibile dai tuoi errori, senza patire eccessivamente.

- Umm è la seconda volta che mi danno questo consiglio oggi…

- Cosa?

- Nulla mia Signora, nulla, perdonatemi mi capita spesso di ragionare ad alta voce.

- Comprendo. Parimenti…

Un assistente in livrea si avvicina, si inchina e mormora qualcosa all’orecchio della Prodomina, sporgendo appena il busto in avanti. Un maschio Esher. Vista la mansione che gli era stata assegnata, era stato scelto per il bell’aspetto e probabilmente le sue facoltà mentali, a differenza di quelle della maggior parte dei rappresentanti del suo sesso entro la Casa, si elevavano al di sopra di quelle di un’ameba e forse anche di un gigaratto. Sicuramente, però, non si distingueva dagli altri per costituzione, resistenza fisica e longevità.

- Figlia, la Mater Domina è pronta per riceverti, entra pure.

Un gesto rapido con la mano ed una sezione della parete scivola di lato con un soffio appena percettibile, oltre l’ufficio della Domina.

Muovi un passo all’interno e la luce ti abbacina. Proviene da tutte le direzioni è diffusa e bianchissima. Gli occhi si abituano e ti rendi conto che la luce è prodotta da ampi pannelli sulle pareti e sul soffitto altissimo. La stanza ha forma ellittica ed è molto ampia, l’asse maggiore misurerà approssimativamente trenta metri, quella minore, approssimativamente sette.

L’ingresso è su un lato lungo. Lo spazio in prossimità dei fuochi è occupato da due salottini con poltrone, divani, chaise longue, separé e mobilia ornamentale varia. Sulle aree delle pareti non occupate dai pannelli luminosi, campeggiano quadri, arazzi ed ologrammi; lungo il perimetro della stanza, ad intervalli regolari, sono posizionate statue marmoree, busti su alti piedistalli ed ologrammi più grandi. I soggetti delle rappresentazioni sono comuni: membri illustri della Casa Esher, personificazioni delle virtù, scene di battaglia, di vittoria, di commercio. Il colore principale è il bianco, arricchito da fregi dorati ed argentati, con l’unica eccezione del drappo appeso dietro la scrivania, recante il blasone della Casa, giallo e viola, e, più piccolo, quello della Linea Matriarcale Zigler, con l’aspide trafitto da uno stiletto, in verde e rosso.

Sul lato opposto c’è un ampia scrivania, ai fianchi, due imponenti statue marmoree rappresentanti guerriere Escher dall’alta cresta, nude, armate l’una di un pesante eviscerator, l’altra di pistola laser e spada ad energia.Tale è la qualità della scultura, che i singoli muscoli sembrano congelati in un movimento eterno: le due gigantesse di pietra paiono pronte a caricare con furia indicibile, catturata dalle espressioni dei loro volti imperituri, chiunque entri nella stanza. Inutile dire quanto la cosa non ti metta a tuo agio.

Alla scrivania, intenta in misteriose attività supportate da un Cogitator Major di cui è visibile solo l’interfaccia ed il cui corpo enorme è probabilmente nascosto sotto il pavimento, La Domina Mater Zigler. Lei e la Valliris sono come il giorno e la notte: dove quest’ultima è esile nel corpo e pacata nei modi, la prima, nonostante l’età probabilmente non più giovanile, ha un fisico da amazzone, alto e muscoloso, per quanto, comunque, femminile, ed un temperamento irascibile ed irrequieto, tanto evidente da poter essere percepito anche nei suoi momenti di apparente calma.

- Figlia mia…

- Mia Domina, i miei omaggi.

Non ti invita ad accomodarti, ti lascia in piedi ad un metro circa da lei, proprio sulla traiettoria dell’eviscerator della marmorea guardiana.

- Avete forse già un idea del motivo che vi ha condotto alla mia presenza. Con disappunto, ho ricevuto l’ennesimo rapporto che vi vede protagonista di attività contrarie agli interessi della Casa…

- Mia Signora, con tutto il rispetto, ma ritenevo che il commercio fosse il principale interesse della Casa…

Il velo di apparente calma viene lacerato dall’improvviso tifone della sua rabbia. Si alza in piedi. Il suo pugno si abbatte come un maglio sulla scrivania che scricchiola in modo preoccupante. I suoi occhi verdi e scuri sono una promessa di annichilimento e si piantano rapaci nei tuoi. Sulla fronte una vena pulsa pericolosamente e sembra volere esplodere.

- TACI! Presuntuosa, stupida, impertinente!! Osi pure ribattere!? Il commercio è l’attività attorno alla quale la Casa è nata, certo, ma le fondamenta sulle quali la casa si erge sono i suoi valori!! Per il Sempiterno Imperatore e la Sua Furente Sposa! Hai commerciato con la feccia! Hai commerciato con il Cartello Rodin, cani rognosi al guinzaglio dei GOLIATH!!! I GOLIATH! Un nome talmente disgustoso che il solo pronunciarlo mi nausea e mi riempie la bocca di bile. Sordidi scimmioni, bestie decerebrate che apertamente disprezzano ed umiliano il principio femminile, che trattano le loro donne come e peggio di schiave, prive di ogni dignità, di ogni diritto, che le violentano, le brutalizzano, spesso fino ad ucciderle! Possano le fauci del Divoratore chiudersi su tutti loro! Possano i suoi visceri digerirli in eterno, straziandone e consumandone le carni con acidi voraci!!!

L’ira la fa tremare ed ansimare. Sai che, per tua fortuna, quell’ira è evocata dal solo nome del nemico più odiato e che quindi non è tutta destinata a te. D’altro canto, sei tu il motivo per cui quel nome è stato pronunciato ed è inevitabile che questo porti conseguenze.

Si gira voltandoti le spalle, le braccia dietro la schiena, una mano che tiene il polso dell’altra. Rimane in silenzio per svariati minuti. Tu fai lo stesso, non ti viene in mente nulla di più intelligente da fare.

Senza girarsi, ricomincia a parlare.

- Sei bandita. Dovrai lasciare Hive City, raggiungere l’Underhive e non fare ritorno senza il mio assenso, qualora decidessi di concederlo. Li agirai per gli interessi della Casa. Fino a nuovo ordine non potrai risiedere presso i possedimenti Esher e ti recherai presso la Responsabile del più vicino acquartieramento solo per fare rapporto ed, in ogni caso, una volta ogni mese per ricevere eventuali consegne. Hai trovato di tuo interesse mischiarti alla feccia, dunque ora sarà questo il tuo incarico: sarai un informatrice. Quello che non può essere tollerato qui, può essere ignorato in quegli abissi. Agisci pure come credi, fa prosperare i tuoi commerci se ne sei in grado, ma non osare mai operare a danno della Casa. Questo non verrà tollerato! E non ci sarebbe oscuro recesso ove potresti nasconderti dalla mia furia, non c’è alcun posto dove le Adepte della Furia non arrivino. Ho dato disposizione perché la Magistra Talia delle Lingue Taglienti provveda a trovare una vicaria che gestisca le tue attività perdurante l’esilio. Oh parlato. Sei congedata. Devi lasciare il settore entro domani.

Capisci che non dirà altro. Capisci anche che è meglio che tu non dica altro. Ti inchini, saluti come da protocollo e, facendo tre pasi indietro prima di voltarti, lasci la stanza.

- Figlia mia. Non ho potuto mitigare oltre la Sua Ira. Considera quella che ti si pone come un’opportunità so che sei grandemente abile, abbi cura di te, ambientati, estendi una rete di contatti, ascolta, annota, ricorda e riferisci, non solo ciò che è evidentemente di interesse per la Casa, ma anche quanto colpisce la tua attenzione e che attrae il tuo intuito. Ora va, che la benedizione dell’Imperatore Signore dell’Umanità e della Sua misericordiosa Consorte possa avvolgerti come un manto.

La Prodomina si sporge e ti bacia la fronte. La ringrazi con un cenno del capo. La saluti e ti dirigi verso l’uscita, senza aspettare di essere fuori per dar fuoco al tabacco.

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FRAMMENTO A003 - PSICOSONDA ALPHA - SOGGETTO I-PA-96

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> LIVELLO AUTORIZZAZIONE: ALPHA SECUNDUS

> REFERENTE INQUISITORIO: ***********CENSURATO***********

Vocazione


FRAMMENTO A001 - PSICOSONDA ALPHA - SOGGETTO I-PA-99

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La marcia silenziosa dei confratelli si arresta nel grande salone del Capitolo. Ognuno raggiunge il posto assegnato come da istruzioni. Il Maestro dei novizi, Fratello Palagus ti ha voluto in prima fila, al centro dello schieramento. Ricordi distintamente quanto ti è stato detto la sera prima:

Sua Eminenza, l’Arcievangelizzatore Kaspar Ruhm deve essere persuaso che i giovani che il nostro convento propone come missionari sono più che degni di assolvere al loro importante compito, con la grazia ed il sostegno della Divina Volontà del Santissimo Imperatore.

Queste sacre mura hanno una storia antica ed onorata che abati scellerati ed usurpatori del Santo Mandato hanno quasi del tutto disperso. Ma la Provvidenza Divina ci ha mandato un uomo la cui tempra saprà ristabilire il buon nome dell’Abazia di San Demetrius.

Il Reverendo Abate Cornelius si è raccomandato grandemente con me perché inculcassi ai novizi la ferrea disciplina ed il severo rigore che fecero del nostro Ordine uno tra i più riveriti Ordini Missionari di tutta l’Umanità. Così ho fatto, ho portato il vostro Spirito Immortale al calor bianco, l’ho percosso con il maglio della fede fino a dargli forma compiuta, infine, l’ho temprato nella gelida purezza della Volontà.

Di tutti gli uomini che sono rinati nella luce dell’Imperatore Dio nostro, tu sei il più promettente figlio mio, la tua perfezione nella vocazione è per me motivo di peccaminoso orgoglio ed innumerevoli sono le volte in cui, per questo motivo, ho dovuto mortificare la carne. Il Reverendo Abate concorda con la mia valutazione. Per questo motivo, guiderai i tuoi fratelli durante la cerimonia di domani e ti porrai alla loro testa durante la benedizione.

Sua Eminenza Ruhm potrà verificare l’incrollabile dedizione dei nuovi servitori della Sacra Parola che questo Venerando Tempio offre al Santissimo Imperatore.

Il portale laterale dietro il palco si apre. L’imponente figura dell’Abate sorregge quella più esile e curva del vecchio Arcievangelizzatore, dietro di loro quattro membri della Confraternita dei Martiri Benedetti, coperti da una tonaca bianca con un teschio in fiamme sormontato dall’Imperator Signum radiante luce cucito sul petto.

L’Arcievangelizzatore è anziano e gracile. Mentre la voce tonante dell’Abate rimbomba nella grande stanza, rimane appollaiato al pastorale, gli occhi ridotti a due fessure.

L’Abate termina, preannunciando l’intervento dell’alto prelato. Ruhm si riscuote e sembra pervaso da un’energia sotterranea. Reggendosi al bastone copre la distanza che lo separa dal pulpito. La sua voce non è potente come quella del suo predecessore, almeno, non lo è in termini fisici: nonostante egli non urli, le sue parole arrivano distinte e chiare.

Con forte emozione, ti senti pervadere da un calore interiore che mai hai provato. Quella voce è la voce di un uomo che ha camminato, saldo nella fede, per anni, forse per secoli. La sua saggezza ha lo stesso spessore che puoi percepire durante la lettura degli Antichi Testi, ma il suo argomentare è vivo e palpitante. È certamente l’Imperatore, Patrono dell’Umanità, che si manifesta presso le sue labbra.

L’alto prelato percorre l’intera sala, le file di novizi allineati, con occhi resi ciechi dagli anni, ma in grado di scrutare le anime, illuminati dalla Fede. I suoi occhi si fermano su di te e ti senti schiacciato da quell’uomo curvo che ora, al tuo sguardo, sembra giganteggiare circonfuso di luce accecante. Senti che egli, e l’Imperatore attraverso di lui, ti chiama al tuo Sacro Compito.

La voce nella tua mente squassa ogni coscienza. Cadi in ginocchio soverchiato dall’estasi, mormorando lodi all’Altissimo.

Quando riprendi consapevolezza di ciò che ti circonda ti trovi negli appartamenti privati dell’Abate. Sei in piedi, davanti al seggio nella sala delle udienze. Rhum vi è assiso, alla sua destra Cornelius, alla sinistra Palagus, dietro di loro i quattro membri della confraternita.

Subito ti lasci cadere nuovamente in ginocchio.

- Figlio mio, la tua trance è segno. L’Imperatore stesso ti chiama. Sulle tue spalle grava la salvezza di milioni di anime. Il tuo compito, la tua Missione non ti porterà, come invece i tuoi confratelli, presso i limiti temporali del Suo Regno, che nello spirito non ha confine.

Il corpo dell’uomo è limitato ed imperfetto, una prigione per la sua anima, ma anche un tempio dove l’anima si prepara all’ascensione, e solo quando è pronta può lasciarlo. Per questo l’Imperatore Dio nostro, nella Sua Imponderabile Saggezza ce ne ha fatto dono. Il corpo dell’Imperium è malato figlio mio, esso è infestato da ulcere cancerose che ne minano la forza, ne indeboliscono la tempra che lo espongono alla mercé del Nemico nelle sue molteplici manifestazioni.

La Santa Inquisizione è la lama rovente che cauterizza dopo aver mozzato l’arto in cancrena. Gli zelanti guardiani dell’Ordo Ereticus vegliano sull’Imperium ogni istante, ma essi sono strumento della Sua Ira, della Sua Giusta Furia. Noi siamo strumento della Sua Sapienza, della Sua Benevola Compassione e della Sua Luce che è guida per le anime.

Per questo motivo tu, figlio diletto, non lascerai questo pianeta, tu scenderai nei suoi recessi e porterai la luce a coloro che, pur trovandosi nel Suo Grembo, l’hanno smarrita. Vivrai con loro, parlerai con loro, li conoscerai e ne farai fedeli ferventi non già con la forza dei tuoi muscoli, ma con la fulgida ragione e con le opere che, ispirate dal tuo Santissimo Patrono, sapranno riportare i puri, che vivono per ignoranza nel peccato, alla cospetto del Suo Sguardo.

Alzati ora figlio mio diletto, accetta la mia benevolenza e la mia benedizione, in Nomine Domini Nostri Imperator Umanitatis…

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FRAMMENTO A001 - PSICOSONDA ALPHA - SOGGETTO I-PA-99

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martedì, aprile 26, 2011

Intoccabile




FRAMMENTO A001 - PSICOSONDA ALPHA - SOGGETTO I-PA-98

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Superi l’uscio, silenziosamente. Ti accorgi quasi subito che non servirà. È sveglio ed è ubriaco fradicio… come sempre.

Quando compare ti sbraita qualcosa, non capisci, ma non importa perché non ti ha ancora riconosciuto. Si ferma a fissarti per qualche minuto, poi barcolla verso di te reggendosi a tutto ciò che trova nella stanza.

Ora senti il suo fiato fetido e umido sul volto. Pensi che potresti svenire, ma non succede, sei perfettamente cosciente quando inizia a percuoterti. La scusa è la solita: in fabbrica ti fai pagare troppo poco, porti pochi soldi a casa e il tuo povero padre malato non riesce a comprarsi abbastanza medicina. È una scusa, ovviamente, non rinuncerebbe a batterti nemmeno per tutti i Troni dell’Imperatore. D’altronde hanno pestato lui, probabilmente le guardie della Casa, gli Enforcer, altri balordi.

Cambiano ogni volta, ma l’esito è sempre lo stesso. Non gli fanno troppo male, al massimo gli rompono qualche osso di quando in quando, ma vogliono che torni, ci si divertono con quel vecchio ubriacone. Solo che lui non riesce a reggere l’umiliazione, deve provare a se stesso che non è l’ultima nullità dell’Alveare. Non trova miglior modo di rifarsi su di te, suo figlio.

O almeno, questo è quello che hai sempre saputo, ma infondo non gli assomigli, per niente. Forse assomiglia di più a tua madre, forse, ma nemmeno sai che faccia abbia: a quanto ricordi non l’hai mai vista. Di fatto i tuoi ricordi si fermano al piccolo tugurio dove vivi, all’omuncolo squallido che l’abita con te quando non è in giro a bere, alla fabbrica titanica dove trascorri la maggior parte del tuo tempo, da quando hai imparato a reggerti in piedi fino ad oggi, ai vicoli oscuri e fetidi delle Aule del Crepuscolo.

A te però, di tutto questo non è mai importato nulla. Hai sentito sempre tutto lontanissimo. Dentro sei vuoto e freddo. Dolore, sofferenza, squallore, violenza, crudeltà, miseria, abiezione… etichette vuote, prive di ogni significato. L’esistenza è senza scopo, l’unica certezza è che giunge ad un termine, non devi far altro che aspettare.

Aspettare, aspettare che smetta di berciare, che le sue nocche imprecise ma pesanti smettano di abbattersi sui tuoi zigomi, sulla bocca, nello stomaco, aspettare che si sia stancato. Quando finisce strisci nell’antro dove sta il tuo giaciglio, ti ci sdrai e scivoli rapidamente in un sonno privo di sogni.

Apri gli occhi, ti ha afferrato per il bavero e ti scuote bruscamente. Quando si è accertato che sei cosciente comincia a parlare. È più sobrio ora ed ha l’espressione più patetica e più malinconica del solito. Ti dice che qualcuno, di la, ti sta aspettando, che dovrai alzarti ed andare con lui, che il tuo povero padre malato non si può più permettere di mantenerti.

Razionalmente comprendi quanto siano paradossali queste affermazioni, se esistesse dentro di te la minima traccia di senso dell’umorismo, rideresti, rideresti di gusto. Ma ti limiti ad ascoltare, imperturbabile.

Mentre parla non ti guarda in faccia. Probabilmente l’ultimo residuo di senso del pudore. Lentamente ti alzi dal giaciglio, raduni le poche cose che sono tue, tue solo perché nessun’altro potrebbe desiderarle, ti metti addosso la logora giacca di pelle che ti accompagna da quando non riuscivi a riempirla che per metà.

Senza dir nulla, lo superi. Sulla porta, sotto la fioca luce intermittente di una barra luminosa azzurrina si staglia un’alta, scura figura avvolta in una cappa nera. Entro il cappuccio, un pozzo di oscurità. Da quei recessi, poche parole sibilate. La voce gelida si limita ad una breve esortazione. La figura si gira verso l’uscio.

Ti avvii per seguire il tuo anonimo accompagnatore. Quando, alle tue spalle, senti l’urlo di tuo padre. Dice che ci ha ripensato, che non vuole separarsi da suo figlio, che restituirà tutti i troni versati.

Ancora una volta, l’uomo sull’uscio ti sibila l’esortazione. Ancora una volta, fai per seguirlo, anche se con un attimo di esitazione. È la prima volta, da quando ricordi, che la parodia di uomo che legalmente è tuo padre ti riconosce la qualità di figlio.

Quando torni a girarti verso l’uscita, nuove grida ti raggiungono:

Maledetto! Maledetto!! Me l’hai portata via! Me l’hai portata via nel modo più atroce! Le hai divorato l’anima, l’hai privata della luce dell’imperatore! Sei un mostro, un mostro senz’anima! Come puoi andartene?! Me l’hai rubata, lei doveva restare con me, tu me l’hai rubata e ora te ne vai senza una parola! Non parli mai, non ridi mai, non piangi, me l’hai rubata e non mi hai dato nulla… tu non sei mai stato vivo, mai! Io non ho mai avuto un figlio, per te io, tua madre, il mondo intero sono nulla! … ma sei tutto ciò che resta, che mi resta … Non te ne andrai!!! Non ti lascerò portare via!

La sequela di parole sconnesse ti colpisce o almeno, richiama la tua attenzione e ti fa fermare sul posto. Ti giri di nuovo e lo vedi, ancor più patetico con il volto coperto di lacrime e gli occhi disperati. Senti qualcosa, qualcosa nel profondo, da qualche parte, allo stomaco. È un esperienza insolita. Non sai darle un nome, è come una sorta di dolore, come una sorta di puntura.

Tuo padre si scaglia sulla figura nera davanti alla porta. Con un movimenti talmente rapidi che a stento li percepisci, ti afferra per il polso frapponendoti tra sé ed il suo assalitore. Prima che tu possa capire cosa sta succedendo, stringi in mano un coltello, la lunga lama affondata nel ventre del genitore.

Rimani stordito. Lo guardi mentre boccheggia. Fissi i suoi occhi umidi mentre la vita lo abbandona. La puntura nel profondo del tuo animo si fa per un attimo più forte, poi esplode in un onda di calore che in un tempo infinitesimo ti pervade. Provi una sensazione piacevole che cresce rapidamente fino a riempirti, a sopraffarti. Resti stordito.

Dalla ferita all’addome ti sembra di veder uscire come un fumo azzurro, poi dalla bocca deformata e spalancata di quello che ormai è un cadavere che rapidamente si raffredda, poi dalle narici. Una sorta di grumo traslucido si addensa sopra la scena, alimentata dai filamenti di fumo.

Ti sembra di vedere, tra le volute, il volto urlante di tuo padre, poi il grumo comincia a turbinare rapidissimo, si assottiglia e allunga uno pseudopodo intangibile verso il centro del tuo petto. Appena la protrusione ti tocca, senti il calore esplodere nuovamente ancora più forte dentro di te, l’aria sembra vibrare rumorosamente, gli occhi non riescono più a mettere a fuoco la visione. Il fumo sparisce nel tuo petto ed una luce bianchissima e rovente pervade tutto.

Perdi i sensi.

Ti risvegli dopo un tempo che non sai quantificare, ti senti leggero, euforico. La cappa opprimente che solo ora ti accorgi averti sempre gravato sembra sparita. Sei accasciato a terra, a fianco al cadavere di tuo padre. L’uomo dalla cappa nera si china su di te e ti afferra la spalla sinistra. Nel farlo, il cappuccio si scosta: la luce artificiale del neon si riflette gelida su una maschera di metallo foggiata a mo di teschio ghignante.

Non sai quanto aveva ragione… un mostro senz’anima… un assassino perfetto. Alzati ragazzo, dobbiamo andare: anche l’arma più letale deve essere adeguatamente affilata.

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FRAMMENTO A001 - PSICOSONDA ALPHA - SOGGETTO I-PA-98

> REGISTRATE ANOMALIE DI TRACCIATO PSICHICO - TIPO: SCONOSCIUTO - TRACCIA: MULTIPLA - RIFERIMENTO: PROGETTO PARIAH / 057 A

> LIVELLO AUTORIZZAZIONE: ALPHA TERTIUS

> REFERENTE INQUISITORIO: ***********CENSURATO***********

lunedì, ottobre 22, 2007

Alice - la morte/nascita


- Questo racconto è per la mia Chiara -

Alice aveva freddo. Alice aveva un freddo fottuto. Le mani di Alice si stavano congelando, le dita si irrigidivano, non le sentiva più. Chiudere il pugno era una sofferenza atroce. Chiudere e aprire il pugno era come stringere lame affilate, ancora e ancora. Alice stava facendo amicizia con il dolore. Il dolore saliva lungo le braccia di Alice. Ghiaccio liquido scorreva nelle vene. Cristalli acuminati martoriavano la carne da dentro. Alice voleva fare amicizia con il dolore.

- Non scappare, Alice, dal dolore…non scappare.

La bocca di Alice si muoveva a scatti. Le labbra di Alice erano roventi. Qualcosa di caldo e liquido bagnava la pelle secca del volto di Alice. Non erano lacrime, Alice lo sapeva, troppo dense, troppo lente nel rotolare giù lungo le guance, intorno alla bocca di Alice. Alice alzava gli occhi al muro. Uno specchio sporco e rotto mostrava Alice ad Alice.

Alice, la piccola Alice, la povera Alice. Alice aveva la faccia scavata, gli occhi infossati dal contorno livido. Alice aveva gli zigomi sporgenti e la bocca screpolata. Alice aveva la pelle bianca ricoperta di sporcizia e i capelli castani, pieni di polvere. Alice, la piccola Alice, piangeva sangue, denso, scuro, lento.

Il dolore era lo scialle gelido sulle spalle di Alice. Alice sapeva, come sapeva che il rosso è diverso dal nero, che quando il dolore fosse entrato nel petto, quando il dolore, gelido, avesse raggiunto il cuore, Alice sarebbe morta. Il dolore non era più amico di Alice. Alice aveva paura.

- Scappa Alice, corri via dal dolore. Caccia il dolore Alice!

Alice sudava, il cuore di Alice batteva scomposto contro il petto. Alice si alzava in piedi di colpo. Polvere e calcinacci cadevano dal corpo di Alice. Fuori dalla porta. Fuori dalla porta correva Alice, lungo il corridoio buio. Lungo le scale strette. Lungo il vialetto in mezzo al fango. Nel vicolo deserto, sotto una pioggia fetida. Alice si fermava, alzando la testa a fissare il cielo plumbeo tra i palazzi. Nel cielo una faccia smisurata, la faccia di un titano. Nel cielo la faccia del titano parlava parole enormi e pesantissime. Le parole enormi del titano stridevano l’universo. Alice si portava le mani rigide alle orecchie e urlava per quel rumore insopportabile. Le mille lame di ghiaccio affondavano nei palmi di Alice. Alice soffriva e cadeva, cadeva sull’asfalto.

Lentamente, il terribile suono lasciava il cranio di Alice, rimbalzandovi sempre più sommesso. Alice si rialzava e riprendeva la corsa. Le parole del titano erano sagge, Alice sapeva cosa fare. Alice correva lungo il vicolo, fino in strada. Attendeva, Alice, in agguato nell’ombra del palazzo. Un omino piccolo, un omino insignificante avanzava nervosamente verso Alice. Nella sua camicia gialla, nella sua giacca marrone, nei suoi pantaloni grigi, l’omino avanzava verso Alice. La mano di Alice saettava dall’ombra. Si chiudeva la mano di Alice intorno alla cravatta marrone dell’omino. Le mille lame di ghiaccio affondavano nella mano di alice. L’omino spariva nell’ombra.

L’omino era piccolo, insignificante. L’omino era basso e calvo. Il grosso naso coperto di punti neri. L’omino aveva le labbra grosse e la bocca piccola. L’omino tremava davanti ad Alice. Alice era alta, più alta di lui. Alice era bianca e livida. Alice aveva la morte negli occhi. La paura era nello sguardo di Alice e con la paura la follia.

- Dammi i tuoi soldi bastardo d’un nano! Dammi i tuoi soldi e pure l’orologgio! Dammeli o, giuro, sei morto, stronzo di un nano!

Alice era furiosa. Sbavava e schiumava come un cane. Alice non voleva morire. Il nano bastardo non l’avrebbe fermata. Il nano fottuto non l’avrebbe finita. L’omino frugava le tasche tremando. L’omino, la gola strozzata dalla cravatta marrone, orinava nei pantaloni con leggero scrosciare.

- Prendili! – diceva porgendo il portafoglio – Prendili, ti prego, ma lasciami andare!

Gracchiava l’omino sospeso dal suolo. In punta di piedi pregava e piangeva.

Il braccio di Alice sembrava spezzarsi in mille cristalli di ghiaccio.

- Dammi bastardo! – Urlava Alice lasciandolo al suolo – Stai zitto! Che cazzo ti preghi! Che cazzo ti urli, nano di merda! AH! La testa! La testa mi scoppia!

L’anfibio di Alice si abbatteva feroce sull’inguine basso. L’omino cadeva in ginocchio, la virilità solo un ricordo in poltiglia. Un urlo muto fermo sull’O della bocca. Il dolore era nel petto di Alice. Il dolore le stringeva i seni, amante violento. Il dolore voleva prenderle il cuore. Alice stava per morire.

- Dammi il cazzo di orologio nano di merda! Dammelo!

Ma l’omino, le mani all’inguine, restava immobile. Gli occhi persi nel vuoto, l’omino non si muoveva.

La mano di ghiaccio di Alice, la mano destra di Alice, scompariva dietro la schiena. Compariva un lungo coltello lucente. Gelide lame le trafiggevano il palmo e le dita. Il coltello di Jak, un coltello da caccia. Balle. Un coltello militare. Trenta centimetri, trenta centimetri e la sezione a triangolo. Le ferite non si chiudono. Trenta centimetri ed il retro seghettato. Jak era morto. Quello era il coltello di Alice.

Il coltello spariva nel ventre dell’omino. Il coltello spariva in un baleno, ma la penetrazione di Alice durava all’infinito. Tempo lento. Alice sentiva la resistenza fibrosa dei vestiti, la resistenza gommosa della pelle, la resistenza collosa del grasso e dei muscoli. Alice penetrava nel ventre dell’omino trenta centimetri di acciaio.

Alice sentiva caldo allo stomaco e guardava gli occhi di vetro dell’omino. L’omino non era più insignificante. L’omino era la morte e la morte Alice aveva evocato. L’omino era l’opera d’arte di Alice. Alice sentiva caldo allo stomaco, caldo languido, caldo liquido e denso che scendeva all’inguine. Il caldo bagnava Alice a spasmi, a contrazioni lente e violente. Il caldo era nel naso di Alice, la dove sta il freddo crampo se mangi troppo veloce un gelato. Il caldo era negli occhi di Alice, umidi, usciva lungo la strada del sangue, ormai secco. Alice gemeva sotto voce, una singola volta, la bocca aperta, contratta. Un rivolo di saliva sottile colava dal labbro di Alice. Gli occhi di Alice persi nell'estasi.

Ma il dolore tornava feroce, in vortici, spirali, scendeva in profondità. Il dolore puntava al cuore. Un’altra morte Alice aveva evocato, non la sua. Alice guardava la morte continuando a morire.

Riscossasi, Alice tornava a temere. Alice tirava il coltello col rigido braccio. Lame di ghiaccio trafiggevano il palmo. Era come un sacco di plastica pieno di immondizia. La lama seghettata usciva a fatica. Alice tirava con forza rinnovata. Il sacco si apriva versando budella, icore e fetore. Le mani di Alice erano piene di sangue. Il calore fugace le dava sollievo, le lame di ghiaccio parevano uscire. Il falso sollievo rimaneva di stucco, riprendeva Alice a fuggire.

Di nuovo per vicoli oscuri e vuoti. Alice correva forsennata. Alice sapeva dove andare: il titano nel cielo era saggio, troppo saggio da ascoltare. Ma si doveva obbedirgli per fuggire alla morte. Alice sentiva ansimare. Rumore di artigli sull’asfalto del vicolo, dietro le spalle Alice sentiva la morte. Sopra la spalla si era girata a guardare. Cerbero tricefalo, vomitando fuoco, le puntava le natiche. La bestia enorme sbatteva contro i muri dei vicoli stretti. Terremoti e piccoli crolli. Ogni cosa sul suo cammino veniva schiantata.

- Alice la morte ti segue! La morte ti prende! La morte è la fine! Scappa Alice!

Alice piangeva ancora una volta. Iniziava a zoppicare. Il freddo maledetto le mordeva le gambe. La bestia feroce guadagnava terreno. Per tempi infiniti, tra mura infinite correva Alice, dimentica anche di respirare. Una porta nera le si parava di fronte. Sulla porta un cuore rosso a spray colato. Alice sapeva che la doveva attraversare. Allungò sulla maniglia la mano. Lame di ghiaccio la trafissero tutta. Sentiva dietro guaire. Cerbero tricefalo non si arrischiava ad avanzare. Tremava come un cucciolo ed Alice rideva, ma non c’era tempo: della morte non era l’unico messaggero. Alice apriva la porta e scendeva le scale.

lunedì, giugno 25, 2007

La donna perfetta (parte seconda)


- Ecco la seconda parte. Sicuramente non è quello che molti tra coloro che hanno letto la prima si aspettavano e sicuramente non sarà l'ultima parte, ma mi è venuto da scriverla ed è uscita così. vedete un pò voi se vi piace e poi fatemi sapere nei modi consueti. PS: mi sono accorto di vari errori nella parte precedente, soprattutto ripetizioni e punteggiatura. Andrò correggendoli, anche se non ora che ho sonno -

- Cazzate! E’ solo che non l’ho ancora trovata come la voglio!

- Sei tu a dire cazzate, ti spari di quei viaggi assurdi! Ogni volta che ne trovi una che ci si avvicina...trac! Rivedi la cosa al rialzo. La verità è che sei un cacasotto. Guarda che comunque non c’è nessun problema, se vuoi continuare ad aver paura delle relazioni fai pure, basta che lo ammetti a te stesso.

Alberto guardò l’amico con sufficienza: di critiche di quel genere ne aveva ricevute in abbondanza, ma recedere dal suo fermo convincimento non era opzione possibile.

- Forse a te fa piacere raccontartela così, a te basta “accontentarti” perché credi non valga la pena aspettare per ottenere ciò che veramente si desidera. Beh è un problema tuo, se io la incontrassi saprei che è lei ed ogni altra discussione, pensiero, paranoia sarebbe superflua.

Francesca che fino a quel momento era rimasta concentrata sulla guida, non potè esimersi da un commento, sentendosi lei stessa indirettamente colpita.

- Mi spiace dovertelo dire ma penso anche io che ti stia nascondendo dietro ad un dito. Parli di “Lei” come se fosse una persona concreta, ma invece sta solo nella tua testa e non pare tu le voglia dare nessuna chance per concretizzarsi. Prendi Roberta: è carina, intelligente e simpatica, che cazzo ti è passato in testa di piantarla così?

- Si, si, era tutte quelle cose, senz’altro, ma mi si abbandonava troppo, perdeva ogni inziativa…

Riccardo era veramente infastidito: ascoltava Alberto dire idiozie sulla sua donna ideale ormai da troppo tempo, parlargli era inutile, tanti e tali erano i cavilli logici dietro cui si barricava che era impossibile fargli venire un qualsivoglia dubbio. Aveva una gran voglia di spaccargli quella testaccia dura.

- Porca troia! Ma è possibile che ti debba sentire dire sempre le stesse stronzate!?!? Le piacevi e non mi pare che lei “si fosse annullata in te” o cazzate del genere, cercava solo di avvicinarti, ma figurati, tu sei troppo delicato, troppo sofisticato per dare confidenza ad un essere umano del sesso opposto. Continua così e comincerò a pensare che sei gay!

Francesca che, avendo deciso di lasciare perdere quella contesa, scontata in partenza, ascoltava della discussione un brano si e uno nò,

- Che c’entrano adesso i gay, ma è possibile che voi maschi la dobbiate fare finire sempre con manifestazioni di omofobia da parata e machismo da accatto?

- Cazzo Francesca puoi evitare? Guida cristo! Guida! Stiamo parlando io e lui, puoi farti i cazzi tuoi per una volta?

Riccardo avrebbe pagato quel suo eccesso, ma Francesca decise che non sarebbe stato quello il momento. Prese l’adeguato appunto mentale e tornò a concentrarsi sulla guida con una faccia che prometteva niente di meno che qualcosa di piacevole come una ceretta inguinale.

Alberto, annoiato dall’essersi trovato per l’ennesima volta a spiegare la sua filosofia riguardo i rapporti di coppia, si perdeva con lo sguardo a seguire i profili morbidi di colline verdi sotto il cielo grigio che instancabile rigurgitava mestizia invernale, particolarmente fastidiosa quando hai il cervello in loop su qualcosa che non ti torna.

Infondo dimostrava, su quei discorsi, più sicurezza di quanta realmente ne avesse. Va bene mantenersi fedeli alla linea, ma di tempo ne era passato veramente troppo e l’idea che fosse lui a decidere che non doveva viversela bene, in attesa di una ragazza che ovviamente non poteva esistere, visto che lui stesso faceva in modo che non esistesse per non rischiare di essere felice, lo stava tormentando sempre più spesso.

Il vociare collerico dell’amico divenne un sottofondo indistinto con la radio, il rumore del motore e dei clacson delle macchine in coda. L’unico suono che veramente ascoltava era quello dello scrosciare intenso della pioggia sui vetri appannati che, del panorama, sempre meno concedevano ai suoi occhi distratti, diagonale, lui, sul sedile posteriore della lancia ipsilon.

---- ooo ----

Si accese una sigaretta, più per noia che per concreto desiderio. Certo, avrebbe pure potuto sfilare dallo zaino “I pilastri della terra” di Follet, gli mancava poco per finirlo e il romanzo lo avvinceva molto, ma era preso da un attacco acuto di noia esistenziale totale e qualsiasi altra cosa, a parte rimuginare, gli pareva insopportabilmente pesante.

Il vento gelido, dopo pochi minuti, faceva sembrare naso e orecchie corpi estranei, pronti a cadere a terra frantumandosi al primo strattone. I pochi futuri passeggeri di treno che condividevano il marciapiede del binario uno con lui cercavano riparo dalle raffiche dietro alle quadrate colonne della pensilina.

Un ragazzo armeggiava con un accendino da cinque minuti buoni, senza alcuna fortuna, accumulando rabbia ad ogni scintilla. Una ragazza fissava un opuscolo senza minimamente vederlo, con la faccia triste che puoi avere solo d’inverno, solo se fa freddo e tira vento. La segretaria della segreteria studenti, con la minigonna e i collant neri, seduta sulla panchina, dondolava le gambe annoiata pensando, forse, a quando, anni fa, non le riusciva così difficile sentirsi carina vestita in quel modo.

Alberto contemplava quel mondo buio, crepuscolare, con la superiorità di chi sa quello che vuole, ma contemporaneamente affascinato come chi osserva qualcosa di evidentemente fragile che gli ricorda una fragilità propria, spesso maldestrampente celata.

La ragazza con i corti capelli castani, il nasino impertinente e i profondi occhi azzurri…forse…no, in realtà no, troppo tirata, sicuramente fighetta, magari anche intelligente, ma sicuramente più superficiale, troppo legata ad un’estetica scontata per poterlo apprezzare, per poter cogliere la sua interiorità.

Una mora, appoggiata alla colonna sotto i tabelloni elettronici. Sembra aver carattere, ed ha pure un fisico mica male: guarda che tette…ma no, troppo indipendente, troppo sicura: ok una ragazza che non si faccia schiacciare, che non annulli la sua personalità nel rapporto, ma una così! Che cazzo poteva offrirle? No, sicuramente per lei ci voleva uno molto sicuro di sé e lui, Alberto, di certo non lo era abbastanza, non per lei.

Quell’analisi delle possibilità, scontata negli esiti, andò avanti per non più di dieci minuti, poi arrivò il treno e con esso l’improba scelta tra carrozza frigorifero e carrozza inferno con battiscopa arroventato in grado di squagliare suole di gomma. Il viaggio si sintetizzò in un sonno untuoso ma stranamente riposante, seppur breve.

domenica, giugno 17, 2007

La donna perfetta (parte prima)


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A seguire la prima parte di un racconto che mi è nato in mente nelle ultime ore di veglia di questo sabato sera inaspettatamente casalingo, stimolato da alcune singolari letture. La seconda parte sarà, spero (tempo e voglia permettendo), disponibile a breve su questo stesso blog e dovrebbe rendere un pò più intelleggibile quanto raccontato.

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Incedeva con passo soave al centro del locale.

Di bruti puteolenti ve n'eran un bel pò, tanto che il miasma intenso che esalavasi dai loro corpi dava all'aere consistenza oleosa.

Avrebbe, per quanto le concerneva, potuto pure trovarsi nel bel mezzo di un roseto odoroso, sarebbe stata la medesima cosa.

Da quelle facce, ora adunche, ora grumose, callose, rugose, sdentate, sfregiate, si levavano sguardi bramosi, talmente puntuti e violenti che avrebbero potuto facilmente penetrare la di lei candida pelle ed inquisirne le carni sode in profondità, se non fosse stato per la sonante armatura della sua indifferenza.

Il locale era angusto, l'aria pesante e il soffitto basso che, tra quello e la nebbia di sigari e sigarette, sembrava non si potesse camminar ritti: a stento l'incanto fluente dei lucenti capelli corvini e quello malizioso degli intensi occhi blu si potevano scorgere.

Ad ogni passo i tacchi picchiavano decisi sul ruvido e lurido pavimento, ad ogni passo un rumore secco spezzava il silenzio gorgogliante calato sulla stamberga, accompagnando il crescere feroce di testicolari attenzioni.

I seni, perfetti in forma e dimensione, di un turgore innaturale, eppure evidentemente non artificiale, seguivano appena il sussultorio movimento dettato dall'incedere da modella, un piede avanti all'altro a deridere ogni legge d'equilibrio, che le lunghe gambe tornite imponevano a quella prorompente manifestazione.

Puntuali, e solo lo stupore momentaneo aveva forse potuto minimamente ritardarli, arrivarono prima i fischi e poi i commenti, sempre più grevi, di energumeni appollaiati su trespoli sgabellari, assiepati intorno a tavoli che avrebbero dovuto essere di un verde assai più brillante e meno macchiaiolo.

Eppure lei avanzava, inguainata nella teoria di vestiti che, lungi dal voler coprire, rendevano più-che-nudi. Non c'era in lei la minima cura per l'intorno, il suo fatale scopo assorbiva ogni attenzione, d’altronde null'altro avrebbe potuto tangerla.

Mentre già i più gagliardi, lasciate le loro postazioni, si facevano prossimi a quel desiderio incarnato, le mani grifagne pronte a ghermirne le forme appetitose, linguacce luride dibattentisi tra le fauci, uno solo tra gli avventori mostrava tutt'altro atteggiamento. Incuneato talmente in un angolo da sembrare un altorilievo del muro grigiastro, sudava, batteva i denti, sgranati gli occhi non mostrava certo libidine o concupiscenza.

Ad ogni passo risonante indirizzato verso di lui, accentuava la sua agitazione, il suo nervosismo, la sua ormai evidente paura. Dalla paura passò al terrore feroce quando la donna, ormai a non più di mezzo metro da lui, si fermò allargando le gambe. Con le mani si straziava il viso, la bocca aperta spalancata senza che ne uscisse altro suono che un rantolo soffocato, lacrime brucianti scendevano lente e calde sulla pelle straziata.

Labbra perfette si curvarono in un sorriso appena accennato e terribilmente affilato

- Come, io sono qui, davanti a te, esattamente come tu mi hai desiderata e tu tremi di paura? Guardami: capelli neri d'onice, occhi blu anima, labbra rosso desiderio, pelle candida e profumata, vellutata come seta, seni superbi e sodi, glutei alti e tonici, gambe lunghe e tornite. Sono intelligente, spiritosa e acuta, colta e simpatica, non mi difetta nè la leggerezza, nè la profondità, so essere discreta e avvolgente, affettuosa e seducente, ti so far gemere, ridere, sospirare, pensare, desiderare...sono esattamente come mi hai sempre desiderata...eppure...non hai saputo amarmi.

Con un filo di bava colantegli, la mandibola sventolò impacciato, tendendo un braccio, il palmo aperto, verso di lei.

- Perfavore, perfavore... - disse piangente - io no sapevo...non lo sapevo...pensavo che ci sarei riuscito, lo credevo davvero...io...ti prego...non voglio morire.

Il sorriso si fece ora ghigno, gli occhi due abissi di ferale furia, eppure la voce rimase controllata, adesso forse gelida.

- Piangi il tuo desiderio. La tua sorte non ti è stata imposta, l'hai scelta, la tua brama ti ha condotto ove sei ora ed hai scelto tu la forma, il volto che avrebbe avuto la tua morte, la tua nemesi, guardalo ora. Con un bacio tutto è iniziato...con un bacio tutto finirà.

Immobilizzato da uno sguardo, puntellato poi da candide braccia contro il muro, mentre dentro il cuore accennava a esplodere ed i visceri erano in tormento, il ragazzo non riuscì a far nulla più che lasciare, impotente, che fatali labbra aderissero alle sue.

Dopo un bacio che si sarebbe potuto definire delicato, non appena la superficie rorida e delicata di lei si fu congedata da quella secca e febbricitante di lui, la pelle del ragazzo prese a divenir più grigia delle grigie pareti in cui aveva tentato di sparire, gli occhi si liquefecero, colando in rivoletti gelatinosi per la stessa via che era stata delle lacrime, poi caddero tutti i capelli, come degli alberi le foglie in autunno, dunque le gengive, scoperte da labbra ormai arricciate fino a sparire, si ritirarono marcendo e ad uno ad uno i denti se ne staccarono, seguiti dalla lingua che, nera e secca, ruzzolò fuori dalla bocca muta, perso la radice ogni appiglio sulla polpa. Venne poi il corpo tutto, le cui carni si sfaldarono con squarci profondi, staccandosi dall'impalcatura dello scheletro e cadendo flaccide al suolo, scivolando in larghi brani da sotto i vestiti come enormi lumache.

In breve tutto si dissolse in un maleodorante liquore nerastro, il cui tanfo si sentiva nonostante l'aria viziata.

Ogni altro presente impietrito rimirava la scena, con gran copia di sigarette che, prima precariamente incollati a labbra inferiori, finivano poi per cadere, ora a terra, ora dentro luridi boccali di birra, ora dentro ciotole incrinate piene d'arachidi.

Com'era apparsa, rapida e ancheggiante, la donna sparì prendendo la porta del locale ed uscendone. Alcuni tra gli avventori giurarono poi di averla vista diventar traslucida, fin quasi a sparire, ripercorrendo a ritroso il proprio cammino. Altri affermavano invece dissero che, camminando verso l'uscita, perdeva le sue fattezze, le sue forme, i suoi lineamenti, diventando come cosa indistinta, fatta solo di etere denso e null'altro. Tutti sostennero che, usciti dal locale dopo l'iniziale sbigottimento, non videro altro che il vicolo vuoto, lurido come sempre, spazzato da una gelida brezza notturna, sotto il limpido sguardo della luna.

lunedì, giugno 11, 2007

Alien/idem

“Veramente strano...”

Disse l'alieno.

“Occasionalmente mi faccio di beat, occasionalmente però, mai con troppa assiduità o regolarità: la straniazione è il mio pane, la straniazione è il mio pene”

Rosso l'alieno...rosso, il colore della passione, della rabbia, della vita.

“Rosso è il sangue. Il sangue scorre sotto la pelle. La vita scorre sotto la pelle”

“La certezza non è mai più che un istante, ma gli istanti possono dilatarsi...si dilatano si, ma mai all'infinito”

“La vita è ordine, la vita è caos. Il cambiamento e la stasi copulano allegri, fottendosene della limitatezza nel concepire di chi li guarda, copulano e figliano vita, esistenza. Stremati sognano il possibile dopo aver generato il reale”

Ancora si interroga l'alieno mentre avanza per vicoli brulicanti, scuri e bui, illuminati da infiniti mozziconi ardenti, da infiniti occhi lucenti.

"E' umido..."

Nota l'alieno...e avanza.

I corpi sono avviluppati e sporchi, unti mentre scivolano l'uno sull'altro.

"C'è dolore e sofferenza..."

Dice,

"C'è godimento e desiderio..."

Scende scale larghe e tortuose, un budello nel ventre di palazzi altissimi, grigi, fatiscenti e gravi di muschi. La luce è molto più alta, nebulosa.

In quelle profondità i corpi sono molteplici, in ogni angolo e anfratto, abbandonati su ogni gradino, adagiati contro muri di mattoni sbrecciati.

Si muovono i corpi, ora sincopati, ora sinuosi, l'uno sull'altro e tra loro. Cala l'alieno in quei visceri urbani. Distinto si sente il suono…il beat…le pareti vibrano...ogni cavità di quei corpi è cassa di risonanza per quella vibrazione profonda.

Ora batte anche dentro l’alieno.

Un’alta arcata, appuntita e stretta alla fine di quella scala. Oltre la soglia il buio e totale, ma si sente frescura, un fluire liquido, uno sgorgare, un odore penetrante che gli sommuove i visceri, ma è profumo, solo molto più interno e carnale.

Varca la soglia l’alieno e sparisce nel suono, sparisce nell’odore, sparisce nel contatto e nel calore, nell’oscurità umida…e non è più alieno.

domenica, gennaio 28, 2007

Dying lizard

Soundtrack: Mogway - I know you are but what am I?

Il sole rosso, enorme, deforma l'aria limpida lungo l'orizzonte. Le macchine sfrecciavano veloci verso e dalla circonvallazione. Una folata fresca rimesta l'aria tiepida strappando qualche brivido.

Il ragazzino se ne sta fermo, accovacciato sui talloni, lo sguardo fisso a terra.

La lucertola si contorce, il ventre esposto, la testa che si agita freneticamente, con i piccoli occhi neri che proprio non riescono ad esprimere la sofferenza che prova, una sofferenza che ti devi interamente immaginare. Ai lati del collo, proprio dietro l'attaccatura della mandibola, due porzioni tonde di pelle squamosa pulsano rapide, sincroniche con il piccolo ventre che, ritmicamente, si infossa oltre le costole.

Poco sotto l'attaccatura delle zampe posteriori un sorriso rosso interrompe la pelle giallo-verdina, va da lato a lato. Sembra superficiale, non c'è sangue che stilla, sembra solo un graffio. Ma le zampe posteriori sono immobili, la coda è rigida come fosse congelata, mentre la parte superiore del corpo è in preda a scatti convulsi, a parodie di deambulazione.

Il ragazzino la guarda incuriosito, inebetito agitarsi nella terra polverosa, tra i fili troppo verdi di erba estiva, l'odore di polvere, il sudore quasi asciutto che con l'aria della sera che incombe da qualche brivido. Ha in mano il tubo di plastica bianca, chiuso ad un estremità, con cui voleva catturarla. Ha in mano il tubo di plastica bianca dal bordo sottile con cui ha imparato quanto è facile infliggere sofferenza, anche senza volerlo.

Dimenandosi forsennata la bestiola si è spostata di qualche centimetro verso un sasso grigio come a volersi nascondere, terrorizzata all'idea di poter essere nuovamente ferita. Ma quegli occhi non la odiano, non desiderano per lei altra violenza, la osservano curiosi, curiosi perchè la morte è solo una parola fino a che non la vedi.

Rapidamente quei minuti occhi lucidi si fanno opachi. Le unghie aguzze artigliano l'aria in archi sempre più lenti delle zampe esauste. L'impossibilità per quel muso di essere espressivo se non nella mente di chi ha una faccia e lo guarda potrebbe essere un alibi, ma non basta. Il ragazzino con la punta di un rametto cerca di spingere la lucertola a pancia in giù.

Al tocco quella apre la bocca in un urlo che non può emettere, per un attimo le zampe tornano frenetiche e il corpo si arcua intorno alla punta di legno. Dovrebbe prenderla con le mani e girarla...ma fa troppa impressione, fa senso, fa schifo. Esitante allunga un dito, la tocca appena, è fredda e non è viscida come sembra. E' rigida e tesa, si gira e scivola sulla polvere come fosse una cosa inanimata. La sabbia si impasta con il sangue denso, rappreso della ferita sull'addome. Ormai la rigidità ha invaso tutto il corpo. Sembra impagliata, come se non fosse mai stata viva. due colpetti al fianco non sortiscono alcun effetto.

Dalla casa, oltre i cespugli di pitosfero, la voce della madre chiama per la cena. Il ragazzino indugia ancora qualche minuto. Si sente male, non sa esattamente perchè. Stava solo giocando e quella era solo una lucertola, ma non voleva che morisse, non voleva farle del male. Il richiamo si ripete con note alterate. Il ragazzino corre via, lasciandosi dietro solo un cumuletto di terra smossa.

domenica, settembre 24, 2006

Fiordimelo sboccia nel sangue

Era un uomo spropositatamente alto e altrettanto magro. Portava aderentissimi jeans neri infilati in stivali da cowboy dello stesso colore. Del medesimo colore erano pure la maglietta senza maniche e lo spolverino. I capelli lunghi, tra il biondo ed il castano, gli ricadevano unti sulle spalle. Sul naso adunco calcava un paio di occhialini tondi con le lenti fumè e la montatura sottile. Il viso, lunghissimo, era corredato da zigomi alti e taglienti e da una bocca piccola, dalle labbra sottili, labbra tra le quali lasciava pendere, oziosa, una sigaretta.

Se ne stava appoggiato allo stipite di legno della porta, la testa piegata in avanti, immobile con le braccia incrociate al petto ed una gamba piegata. La ragazza nella stanza piangeva nervosamente, cercando di ricordare le parole di un padre nostro. Premuta in un angolo, il corpo rannicchiato quasi dovesse sparire in se stesso, tentava la formula, ma inevitabilmente sbagliava e dopo qualche singhiozzo più acuto e disperato, ricominciava da capo. Lo sguardo vacuo, perso in un punto tra i suoi piedi nudi sulla moquette lurida, si torturava le mani l’una con l’altra, le pizzicava, le graffiava, fino a farle sanguinare.

- Hai finito?

Il mozzicone restò incollato al labbro inferiore mentre, con una voce rauca e sibilante, l’uomo pose la domanda. La ragazza ebbe un sussulto e portò gli occhi, rossi di pianto, sul profilo sulla soglia.

- Cosa!...cosa, cosa?

Balbettò terrorizzata, portandosi una mano alla bocca.

- Ti ho chiesto se hai finito la tua preghiera.

- Io…io…no! NO! Non l’ho finita! Non l’ho finita! La mia preghiera…non l’ho finita…no.

- Non importa…il tuo tempo è concluso donna.

A quelle parole il terrore che invadeva quel corpo pallido, esile, si tradusse in violenti spasmi. La ragazza allargò le braccia premendole contro le pareti, spinse coi piedi come se potesse spostarle, abbatterle, attraversarle, i talloni che scivolavano.

- No, NO!!! Non mi toccare! Stammi lontano!! STAMMI LONTANO!!!

L’uomo entrò nella stanza, scostò un lembo dello spolverino e da un grosso fodero assicurato alla coscia sinistra, trasse un imponente machete. In due sole falcate le fu davanti. Con una mano l’afferrò per i capelli.

- AAAAAH! Maledetto! Maledetto bastardo! Lasciami! Lasciami!!

Lei si dibatteva, cercava di raggiungerlo con i suoi piccoli pungi, le nocche sbiancate per la forza della stretta, ma il braccio di lui era più lungo e la teneva a distanza. Tentò di assestare un calcio tra le lunghe gambe storte. L’uomo fu più rapido e la bloccò stringendo le ginocchia. Con la mano che reggeva il machete, chiusa a pugno intorno al manico, cominciò a colpirla in viso. Denti saltarono ad ogni colpo. Alla fine la ragazza stordita e dolorante, un occhio gonfio e il naso rotto, non riusciva a fare altro che sibilare parole incomprensibili tra le labbra tumefatte. La forzò ad inginocchiarsi davanti al letto, i polsi stretti tra le lunghe dita dietro la schiena di lei, il collo lasciato esposto dai capelli corti, il viso premuto contro la trapunta.

La mossa fu fulminea, la lama calò una volta, poi un’altra per vincere ogni resistenza di ossa e tendini, infine una terza, per recidere gli ultimi brani di pelle. Lasciò i polsi e le braccia ricaddero ai fianchi. Con lentezza ripulì il machete con la tenda della vicina finestra, poi lo ripose. Trasse da una tasca un grosso sacchetto di plastica e vi infilò la testa della ragazza ancora grondante sangue, mentre dal moncone che era stato il collo di lei, il sangue si riversava copioso ad intridere coperte, lenzuola e materasso. Chiuse il sacchetto e, prima di usciere dalla stanza infilò nella trachea esposta un rametto di fiori di melo. Qualche minuto dopo l’uomo ed il suo macabro trofeo venivano inghiottiti dall’oscurità del vicolo dietro il palazzo.

venerdì, settembre 15, 2006

Ginofagia...un (o più) morsi e via


Finita l'estate.
Non in termini formali, mi pare che il solstizio o l'equinozio (non ho alcuna voglia di controllare) sia intorno al 21 (nn so nemmanco di quale mese, cmq oggi nn è il 21), no, è finita l'estate della mente, quella interiore, ampiamente coadiuvata dall'esteriorità metereologica.

Effetti collaterali.
Razionalità limitata e autoriflessività ossessiva. La motivazione economica trascura ogni effetto non direttamente voluto ma conseguente alle azioni agite in suo nome, a meno di costrizioni in tal senso e sempre in ottica di costi benefici (nessuno è tanto stronzo da pensare che, di per sé, potrebbe essere diversamente da così, senza "aiuto esterno"). La cosa più divertente è che usa se stessa come difesa, tipo, per citare un film, parafrasando "noi, come lobby del tabacco, non abbiamo alcun interesse a che Timmy muoia di cancro ai polmoni, noi lo vogliamo vivo e fumatore".

Come sta la Misoginia?
Bene grazie, va a gonfie vele, ma ora si accompagna anche alla Ginofagia, di quella schietta e nervosa che vedi ogni tanto la notte nei bar, in quelli più laidi e fumosi. La vedi che sorseggia un bourbon e lancia occhiate sbieche agli avventori. Ha un grugno talmente unto che ti chiedi se abbia grufolato in una tanica di olio esausto.

A volte fuma un sigaro e anche il sigaro è unto. Brucia bene, ma lentamente e fa una puzza strana...no, non quella del sigaro...un'altra...non so descriverla, solo che puzza veramente.

Ha un'impermeabile addosso, grigio e sporco, spesso pure strappato, con macchie ovunque. Lo tiene chiuso, l'impermeabile, ed è così stretto che gli insacca i rotoli lardosi attorno ai fianchi e sul ventre. Ha dita tozze e talmente grosse che potresti scambiarle per rotoli di carta igienica. Sono incrostate di residui alimentari, feci e grasso e sono rifinite con grossi unghioni scuri e scheggiati. Non presentano alcuna macchia bianca, quelle macchie che denunciano mancanza di calcio, segno evidente che beve spesso latte, anche se scaduto.

Ha labbra spropositatamente carnose, simili a grossi lumaconi, di quelli che vedi in giro dopo la pioggia. Sono viola e piene di vesciche. Quello inferiore sporge decisamente.

Ha un ombra di barba o forse ha solo la faccia molto sporca, comunque le guancia pendule sono velate da una patina nerastra, meno intensa tra un cratere e l'altro (cosa che suggerisce la verità di entrambe le ipotesi).

Gli occhi sono ovviamente porcini, infossati...anzi trincerati, affondati in un affastellarsi di occhiaie e borse, talmente livide da sembrare il risultato di una scazzottata.

Il naso...bhe, al naso deve essere successo qualcosa perchè non c'è. Ci sono solo due fori vagamente triangolari da cui, di tanto in tanto, grumi di muco verdastro rotolano mollemente a insozzare la pelosità melmosa e sconclusionata che forse dovrebbero essere baffi. Vai a saperlo. Non si è mai occupata troppo del suo aspetto.

Di quando in quando biascica imprecazioni e lagnanze, ma i barman sono gente accorta e si fanno i fatti loro. Quanto agli altri avventori, il tanfo che emana dalla sua figura è talmente forte che nessuno le sta mai abbastanza vicina da sentire cosa dica. Di conseguenza, noi si resta con il dubbio.

Meno frequentemente tracanna anche grossi boccali di birra Messina (una birra per soli intenditori) e si abbandona a rutti e peti talmente squassanti che pensi voglia disporre le sue budella in bell’ordine sul bancone o sul pavimento…hai visto mai che un gastroenterologo passi di li e non trovi di meglio da fare che darci un occhio. Invece no…non esce nulla…nulla eccetto l’equivalente, in termini olfattivi, dell’odore di un centinaio di carcasse di gnu lasciate a macerare al sole per almeno quattro giorni buoni, in un canale di scolo colmo di rifiuti liquidi industriali. Non è infrequente che salti fuori qualche tanga semidigerito, brani di gonne o camicette, collant arrotolati e impregnati di succhi gastrici…d'altronde mica si prende sempre la briga di spogliarle prima di ingoiarle ancora vive, scalcianti e tutte intere.

Insomma, un’ottima compagnia.

martedì, maggio 09, 2006

Vomitando sulla polvere

Procediamo con i miei esercizi da narratore. A seguire un pezzo scritto per un racconto a più mani. I toni decisamente cupi e crudi lo rendono un'ottimo antidoto per il tanto schifato finale del precedente racconto. Spero vi piaccia. Nota (non è autoconclusivo, per ovvie ragioni).


- Forse non ci siamo capiti…non ti sto chiedendo se ti va di andare a fare il culo a quella feccia infetta, ti sto ORDINANDO DI FARE IL FOTTUTO CULO A QUELLA FECCIA INFETTA! Gli ordini del Comitato non si discutono, si eseguono!
La faccia del sergente sembra sul punto di esplodere. Un'unica verruca pulsante, rossa da dare il voltastomaco, strizzata dentro il ridicolo cappellino nero della guardia. Gli occhi porcini, arrossati di capillari dall’eccesso d’ira, si fanno ancora più piccoli tra il lardo gonfio e sudaticcio.
Fa terribilmente caldo. Il sudore mi cola copioso lungo il collo. Forse devo stare zitto, stare zitto e fare quello che mi viene detto…ma cazzo, mi fa schifo! Cazzo! Possono dire quello che vogliono ma quelli sono ancora esseri umani. Almeno la maggior parte di loro lo sembrano.
- Allora!? Per la fottuta puttana che era quella gran mignatta rottinculo di tua madre! Allora!? Che fai? Cos’è quella faccia da ebete? Mi hai sentito, ridicolo ammasso di sterco?
Lo sentivo, anche se quel vociare greve sembrava provenire da una distanza grandissima, da centinaia di chilometri nel Deserto di Vetro. Il fetore del suo alito purtroppo era molto più vicino e tangibile, il contatto della sua saliva sul mio viso bollente, spellato dal sole.
- Si…si signore. Ho sentito.
- Bene! Allora prendi quel fottuto ferro e rimettiti in riga con gli altri!
Sollevo il fucile, il rostro e la bisaccia con le fiasche incendiarie. Ho sempre paura di finire incenerito. Non sarei il primo a cui succede. Sono troppo fragili. Il sole arroventa la piazza d'armi, tutto puzza di polvere.

- Tayler, muoviti! cazzo non li vedi? Quella casa è piena. Che aspetti, che ti appestino? Hey, Lev…porta qui quel lanciafiamme, c’è spazzatura da bruciare!
Ed fa tutto meccanicamente, come fosse la cosa più comune del mondo, la più banale, come se non stesse privando della vita creature ancora fin troppo umane.
Se ne stanno rintanati negli angoli, si infilano in ogni pertugio che riescono a trovare, come grossi scarafaggi. Alcuni di loro sono minuti, bassi, più degli altri, si potrebbe pensare che si tratti di bambini ma ci hanno detto che non si riproducono, che sono sterili. Ci hanno detto che l’unico modo che hanno per moltiplicarsi è infettare gente sana. Nessuno ha capito come avvenga, ma tutti ne hanno una paura fottuta.
- Qui, qui, dagli una bella sfiammata…hehe…fammeli belli croccanti. cazzo come puzzano! Sbrigati, non credo che mi diano altro rancio se tiro su quello che ho appena mangiato.
Ne abbiamo chiusi una dozzina tra le macerie di un palazzo di mattoni rossi di cui non restano che le mura del pian terreno. Si ammucchiano uno addosso all’altro. Stracci laceri e pelle biancastra rigata da striature azzurre, muscoli atrofici ed ossa sporgenti. Sui crani oblunghi, sparuti peli grigi. Tagli malamente rimarginati sull’intera superficie dei corpi piegati ed artritici.
Li stiamo stringendo, come prevede la procedura. Lew ha un sorriso sporco e giallo da qualche parte tra la fuliggine, un sorriso che strizza un mozzicone di sigaro. Armeggia con la valvola di sicurezza del lanciafiamme. La fiammella davanti all’ugello crepita impaziente.
Più ci avviciniamo e più quegli esseri si agitano. I loro occhi, esposti tra palpebre consumate, velati da una malsana pellicola biancastra, si accendono di metallica e febbrile angoscia. Quelli più piccoli si rintanano dietro gli altri, si artigliano vicendevolmente, terrorizzati. Emettono uno stridio agghiacciante, suoni acuti e ferini di bestie in trappola.
Il più alto, più vicino a noi, si gira di scatto brandendo un tubo di metallo evidentemente troppo pesante per le sue braccia rachitiche. Digrigna denti appuntiti in una parodia di bocca senza labbra. Sventola sgraziatamente l’arma improvvisata davanti a se. Ed gli saltella davanti evitando con facilità i fendenti abbozzati.
- Hei…hei, hei! C’eri quasi fogna, qualche centimetro…hop…mancato…hei ragazzi, guardatelo, ci si mette d’impegno. Tom, secondo me se la cava meglio di te…hop. Brava bestiaccia, stai migliorando, continua così.
- Stai zitto stronzo. E smettila di giocarci! Abbiamo ancora tre isolati da fare e mi hanno già fatto venire il voltastomaco.
- Hai sentito la signorina? L’hai sentita fogna? Non possiamo più giocare, non vorrai fargli venire il mal di pancia vero?
La creatura si lancia in un affondo. Ed scarta di lato e le assesta un colpo con il calcio del fucile. La mandibola va in frantumi, la povera figura martoriata finisce a terra contro le gambe di Tom, quello urla e la calcia via verso i suoi simili.
- Ci siamo divertiti abbastanza bambini. È ora di pranzo, faremo un bel barbecue.
Ed e Tom si allontano. Lew cominciò a cospargere quel cumulo di pallida disperazione con cherosene incendiato. Una risata grottesca gli erompe dalla gola e si fa spazio tra i denti stretti intorno al mozzicone fumante del sigaro. Mentre tiene premuto il grilletto, pian piano, il suo intero corpo è scosso da quella oscena ilarità.
Quell’uomo non è persuaso a fare una cosa orribile credendola giusta, sta solo facendo una cosa che lo diverte. Il potere ardente che gli scaturisce tra le mani lo inebria, lo inebria l’odore chimico del cherosene che brucia, lo inebria quello dolciastro della carne che brucia. La sua faccia nera d’inferno, gronda sudore lurido sui lineamenti contratti dal godimento.
Gli altri due, con lunghe forche metalliche, ricacciano i fuggitivi verso le fiamme voraci.
I loro corpi avvampano come sterpaglie secche, scoppiettano e si accartocciano. La pelle pallida e delicata si stacca, sfrigola, brunisce per poi carbonizzarsi. Gli occhi, quei grandi occhi lattei, un misto liquido di orrore e odio, mi fissano con l’intensità degli ultimi istanti di vita, prima di colar fuori dalle orbite. Lo stridore delle loro gole consumate mi penetra nella mente, oltre il rombo del fuoco, oltre le risa oscene, oltre il dileggiare degli altri carnefici. Aguzzo trapassa ogni pensiero ed inchioda la mia consapevolezza. Una mano gelida mi stringe i visceri, mentre l’infernale calore la cui eco più blanda mi investe il viso, trasforma quei corpi miserabili, privandoli di ogni integrità, d’ogni umidità vitale.
Lascio cadere il mio rostro e corro all’esterno. Sento l’acido alla base della lingua. Il mio disgusto, la mia colpa, erompono in un getto verde sull’asfalto nero ricoperto di sabbia. Cado in ginocchio reggendomi lo stomaco. Quegli occhi, quelle urla mi perseguitano. Non ho bisogno di vedere il massacro, il massacro è dentro di me. Continuo a vomitare. Alla fine i conati non spremono che succhi gastrici.
Il pesante anfibio arriva contro le costole senza che io ne abbia il minimo avviso. Cado a terra supino, il fiato spezzato.
- Che cazzo ti prende stronzo!? Si può sapere che cazzo credi di fare!? Non puoi scappare dal tuo fottuto lavoro. Quella merda deve bruciare, bruciare! Mi hai sentito?!
Ed mi sferra un altro calcio, poi un altro e un altro ancora, con foga, con cattiveria.
- In questo mondo di merda non c’è posto per i codardi. Nella mia fottutissima squadra non c’è posto per i codardi. Non mi posso fidare ti te. Non mi va di essere divorato da quegli scarafaggi disgustosi. Non voglio che mi infettino.
Qualcosa si è rotto. Sento sapore di sangue e respiro a fatica. La testa mi ronza, come un vecchio lampione che fa troppa resistenza e il dolore mi artiglia tutto il corpo mentre mi raggomitolo per proteggermi dai colpi.
- Perché non fai un atto misericordioso Ed? Perché non lo ammazzi?
Lew sta appoggiato al muro di mattoni rossi, appena fuori dal mattatoio improvvisato. Dietro di lui un fumo nero e denso si alza verso il cielo. Ha ancora una smorfia compiaciuta. Nei suoi occhi slavati c’è un perfido divertimento. Si riaccende il sigaro con la fiammella del lanciafiamme e tira due lunghe boccate. Fuma, come un amante che si rilassa dopo aver consumato.
Ed lo fissa per un po’, la faccia pensosa, poi torna a guardare verso di me e sogghigna.
- Già, potrebbe essere una buona idea. Magari è la volta buona che ti levi dai piedi, no Dunst? Magari il prossimo che ci mandano non sarà un finocchietto del cazzo, uhm? Che ne pensi, può essere?
Ed fa scivolare fuori dal fodero il suo coltello seghettato. Il riflesso sulla lama mi abbaglia. Si china su di me e mi spinge il ginocchio sul torace. La lama mi bacia la gola e un rivolo di sangue caldo comincia a scivolarmi sul collo.
Che mi uccida. Non ho motivi per continuare a vivere. Chiudo gli occhi e prego che faccia in fretta.
- Finitela! Siete impazziti? Avete presente quante grane se dobbiamo spiegare com’è morto?
Riapro gli occhi e piego la testa di lato. Tom si sta avvicinando.
- Cazzate, basterà combinare la cosa in modo che sembri un incidente. Un lavoretto pulito.
Avviene in un attimo, in un solo secondo. Ed adesso è a terra fianco a me. Tom urla. Lew impreca. Non capisco da dove siano usciti. Nessuno di noi li ha sentiti venire. Si avventano sui miei aguzzini e li sommergono.
Ed è già morto. Il suo cranio si è fracassato contro una grossa roccia puntuta e ora la sua faccia è lorda di fango e di vomito. Tom strepita mentre quelle creature esili e malaticce gli squarciano il ventre ed è ancora vivo mentre gli affondano i dentini aguzzi negli intestini e li lacerano con colpi secchi del collo. Lew è più resistente, li afferra per il collo e gli spezza la spina dorsale con la sola forza delle sue mani immense, ma sono troppi, gli si arrampicano addosso, lo graffiano, lo mordono. Uno gli si avventa sui polpacci vorace, folle. Lew cade e sparisce in quel mare di arti rachitici, denti, unghie, occhi rabbiosi. Lo zaino con la bombola di cherosene si stacca e cade poco lontano. Se esplode moriremo tutti. Ma non succede.
Sono immobile per il pestaggio e per la paura. Credo di essermi pisciato addosso, ma non ne sono sicuro, il dolore copre ogni cosa.
Improvvisamente due piedi artritici mi coprono la scena. Sono su di me. Mentre le loro dita aguzze cominciano ad afferrarmi, i loro piccoli pugni spigolosi ad abbattersi su di me, un boato copre ogni cosa. Luce bianca. Calore infernale. Poi solo oscurità, oscurità e silenzio.

Le voci fecero scattare qualcosa in me. Potrei chiamarlo istinto di sopravvivenza, ma non renderebbe l’idea. È qualcosa di estremamente raffinato che spinge la mia mente in uno stato di concentrazione perfetta.
Adagiai delicatamente la ragazza su una stuoia mangiata dalle cimici nell’angolo più asciutto della stanza. Mi concessi il tempo per carezzarle il viso e chiudere le palpebre sui suoi occhi castani, così profondi da sembrare ancora vivi. Quella pelle pallida e fredda urlava la mia colpa, ma non c’era tempo, dovevo sopravvivere, sopravvivere per potermi lacerare l’anima e perdere ancora un altro brandello di umanità.
Saettai silenzioso verso la tromba delle scale, i sensi in allerta. Pioggia che batteva su pietra, su fango, su cuoio, su pelle, su capelli, su rabbia. Suole di gomma, di legno battevano impazienti. Schianti di porte, finestre, vetri frantumati tre piani più sotto. Minacce urlate con la spavalderia del numero, con la tracotanza di chi porta il fuoco, il fuoco che scaccia l’oscurità, che arde l’empietà, che purifica.
Due spari al cielo. Quei suoni mi parlarono chiari come un libro stampato: un gauge 20, fucile da caccia, un hammer gun probabilmente, e un arma autocostruita, messa insieme con non troppa maestria, non ci avrebbe messo troppo ad esplodere in faccia a chi la imbracciava. Non avevo idea di come facessi a sapere tutto questo. Ma non era importante.
Una voce forte, sicura incita i compagni, nel nome di un dio dimenticato che ha lasciato i suoi figli vivi dopo l’apocalisse, li sprona ad abbattere i servi del maligno, le bestie empie che la follia dell’uomo ha creato.