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martedì, maggio 03, 2011

Pretese egocentriche



Soundtrack - Frankie Hi-Nrg MC - Il beat come anestetico -


Immagino che a tutti sia capitato di sentirsi, chi più chi meno, speciali.

A me ogni tanto capita. Più che sentirmi, di fatto, speciale, desidero esserlo.

Sarà per troppo amore materno, sarà per troppi film / libri con il protagonista che è l'unica speranza per un mondo ormai agli sgoccioli (soprattutto fantascienza), sarà per egocentrismo (che potrebbe comunque essere motivato da quanto sopra), non lo so.

So che capita.

Ora non capita più come capitava da adolescente, allora la cosa si configurava proprio in termini romanzeschi, quantomeno a livello di vagabondaggio mentale.

Ora no, ora il tutto si è piuttosto ridimensionato a termini molto più reali, più concreti, cose tipo riuscire a mettere insieme una vita adulta che funzioni, che dia qualche soddisfazione (sentimentale, professionale, ecc...), che conceda, di quando in quando, qualche sprazzo di felicità e soddisfazione.

La differenza essenziale, data dalla concretezza acquisita da questo desiderio, sta nel fatto che si tratta effettivamente di cose alla portata di un normale essere umano (che abbia la fortuna di essere nato nella parte del mondo dove cose simili sono effettivamente accessibili), cose che dipendono in larga parte da me e dal mio operato, non dal fato, dalla predestinazione, da chissà che di trascendente.

Questo implica il mettersi alla prova, il misurarsi, lo sperimentarsi, l'esporsi in prima persona, il compiere scelte, l'agire.

Il punto è che, in circostanze simili, si può anche fallire, mentre il destino non fallisce, è destino e basta.

Stringendo, la prima cosa con cui devo misurarmi è la paura, la paura di fallire, di perdere, di non essere, non tanto straordinariamente speciale, ma nemmeno normalmente speciale, dove per speciale si intende più specifico, capace di trovare la propria strada peculiare, più che eccezionale, notevole, unicamente unico.

Beh, c'è tanto lavoro da fare: con la paura non ho mai avuto un buon rapporto, probabilmente a causa di aspettative troppo alte dovute ad un eccessivo amore materno...

sabato, dicembre 04, 2010

Il ritorno....



Il Teatro degli Orrori - Majakovskij


Torna come un'eco vaga....

eppure...

eppure è ancora presente, in un angolo del mio essere.

Mentre l'etilismo mi concede fugaci visioni di futuro prossimo, mentre considero, pondero l'idea di cosa esattamente sia una lingua, mentre assaporo l'evento della reciproca comprensione, dello scambio di significato che si può ipotizzare corrispondente, il tempo si ferma.

Non ringiovanisco, né smetto di invecchiare, solo che in un momento mi pongo esterno, come vuolesi il creatore, oltre il fluire. Arrogantemente astratto contemplo il mio percorso fino ad ora.

Avverto la consapevolezza pura che ci sono ceppi che indosso nell'anima, ceppi di cui mi libero solo quando gli strati superficiali della mente consapevole e paraconsapevole, il luogo delle guardie, dei censori, vengono sfogliati come le dure foglie di un carciofo.

Il prodotto della fermentazione, produce una consapevolezza che trascende la mia banalità, che quantomeno non me la rende soffocante. Sono io, sempre io, non è qualcun'altro, cambiano solo i rapporti, gli equilibri di potere: si apre la mente alla natura più schietta, si sciolgono, in parte, strutture antichissime e rigide, cresciute nel tempo tanto da costringermi e sostenermi.

Ad anima aperta sento il freddo della notte dentro.

Timido esibizionista.

Rumorosamente sommesso.

Ancora vivo....ancora scrivo.....


sabato, marzo 06, 2010

Defibrillatore #4: Il ballo del potere


- Franco Battiato - Il ballo del potere -

Vedo il refresh dello schermo, come quando in televisione riprendono uno schermo, specie quando scrollano in verticale....

Singolare... forse no, probabilmente sono solo bevuto... qualsiasi entità ultraumana esistente benedica lo stato di coscienza serenamente e creativamente alterato.

Gattopardianamente, tutto cambia perché nulla cambi.

A domanda risponderei che ho sempre avuto una concezione alta della politica. Qualcuno mi potrebbe rimproverare troppo teorica, ciò nondimeno...

Più passa il tempo, più la mia esperienza mi impartisce lezioni di soffocante banalità ed insostenibile cinismo. Tutto, TUTTO si riduce ad una competizione per risorse scarse, TUTTO.

Se il desiderio, la brama di potere potrebbe essere quantomeno comprensibile a fronte di un progetto di portata magari rilevante, non si può che rimanere basiti (forse solo se, come me, ci si ostina a fingersi ingenui) di fronte alla brama del potere per il potere, o meglio ancora, del potere come strumento per umiliare chi non lo possiede, affermando così se stesi per differenza. Anche nel caso di particelle di potere infinitesime, di privilegi appena percettibili, di disparità ridicole.

La banalità della riflessione mi disgusta ed è solo in minima parte mitigata dal fatto di fondarsi sul dato della mia esperienza.

Anche gente che definirei, con virgolette che la mia tortuosa insicurezza mi impone di mettere, "buona" o "pacifica", immersa in un ambiente di tale spietata affermazione dell'ego, di tale soffocante mortificazione dell'altro, diventa presto rancorosa e vendicativa.

La ruota gira, anche quando non sembra: questi dominano oggi, godono di privilegi, del favore di potenti patroni, denigrano, mortificano e vessano quelli; domani, saliranno quelli sui gradini più prossimi al trono e, consumati dal rancore, ignoreranno, denigreranno, mortificheranno e vesseranno quelli e, secondo leggi forse antiche come l'uomo, il ciclo si perpetrerà all'infinito.

Ancora una volta, dopo un tempo che non riesco a quantificare, percepisco il ronzio anestetico dell'alcool, intuisco la forma, sempre più impalpabile, della pretesa di immortalità propria di adolescenza e postadolescenza.

Che fascino sublime...

Pagherò il conto del mio esibizionismo narcisista.

Buonanotte

martedì, marzo 02, 2010

Defibrillatore #2: Altri giorni


- Franco Battiato - Personalità Empirica -

Il faut abandonner la personalitè pour retrouver votre “je”
Changer dame cheval et chevalier
Changer d’habit baton et penseé
(retiens la nuit pour nous deux jusqu’à la fin du monde).

Quando non coincide più l’immagine che hai dite
Con quello che realmente sei
E cominci a detestare i processi meccanici e i tuoi comportamenti
E poi le pene che sorpassano la gioia di vivere
Coi dispiaceri che ci porta l’esistente
Ti viene voglia di cercare spazi sconosciuti
Per allenare la tua mente a nuovi stati di coscienza

Quand l’image que tu as de toi ne coincide plus avec ce que tu es réellement
Quand tu commences à hair les automatismes de ta facon d’agir
Et quand les chagrins prennent le pas sur la joie de vivre,
Avec les peines que nous apportent l’existence,
Et t vas chercher des espaces inconnus,
Pour une nouvelle conscience.

lunedì, agosto 31, 2009

Mnemosine


L'identità è memoria.

La memoria non è verità, ma selezione e rielaborazione.

Non tutta la memoria è consapevole.

Tutta la memoria è identità.

Sono anche senza sapere di essere.

Sono ciò che decido di ricordare, ma sono anche ciò che ricordo senza sapere.

lunedì, giugno 29, 2009

Il ritorno...



Sono un miscuglio inconciliabile di opposti.

Per ogni dualità c'è un estremo dominante. Nel tempo la dominanza cambia, a volte. A volte no. Comunque ci sono sempre entrambi, gli estremi. Nessuna ricomposizione, nessuna unità.

Se la dominanza di uno è tale da eclissare totalmente il secondo, tanto che sia impossibile riconoscerne la presenza, l'altro non si annulla. Si sotterra, si incista, diventa lentamente una presenza oscura e pulsante. Incarnito e violento, chiede soddisfazione contro ogni ragionevolezza, contro ogni tentativo di dare un ordine stabile all'identità.

Una ciste. Un ernia. E se non è ben chiara la posizione, la natura di ciò che origina il fastidio, il dolore, ora intenso, ora leggero, ora acuto, ora continuo, è ben presente il fastidio, il dolore stesso.

Sento che potrei perdere la mia parte fantasiosa, la mia parte creativa, creativa per la creatività, non creativa nel rigido inquadramento lavorativo. Ho paura di non riuscire più a scrivere, a giocare di ruolo, ad inventare storie. Non posso diventare ancora più arido, diventerei ancora più tormentato e, visto che somatizzo tutto sempre più violentemente, non so se il mio corpo potrebbe sopportarlo.

lunedì, febbraio 16, 2009

Amarezza sconclusionata


- Jovanotti - Questa è la mia casa -

Errore... il post precedente non era il 333°, ma il 334°, ma non credo che il signore dei dannati se ne avrà a male.

il testo di una canzone di cui ho messo il video a corredo di uno dei precedenti post recitava così:


"Se tutti sapessero cosa voglioni, non ci sarebbe niente, nient'altro"

O giù di li.


Io non lo so.


Dunque c'è tutto il resto insieme a quello che voglio. Il resto. Non che necessariamente il resto debba uccidere, far soffrire, danneggiare. No, il resto può essere anche solo superfluo, un pieno-vuoto che ti riempie il tempo, la vita. Solo che la vita non è infinita, a quanto ne so, non c'è un vuoto eterno da colmare limitandosi ad aspettare che frammenti di pieno si rendano noti di quando in quando, sperando che siano frammenti buoni.


Sembra dunque chiaro che uno quei buoni frammenti se li dovrebbe andare a cercare, costruirseli, insomma fare qualcosa, qualsiasi cosa per raggranellarne il più possibile. Chiaro, un pò meno chiaro è come fare a riconoscerli. Se ti capitano te ne accorgi, certo, ma tra questo e saperseli andare a cercare ce ne passa.


Oltre a questo c'è poi un'altra questione: il pieno-vuoto è una droga, se passi troppo tempo ad assumerla ne diventi ingordo, ti da l'impressione che il tempo da riempire sia praticamente infinito e, anche quando poi il tempo stringe, non vuoi accettarlo, ti barrichi dietro mura e mura di scuse, di autoinganni, di giustificazioni e lagnanze tali che o ti neghi la consapevolezza di quello che sta succedendo o ti convinci che non puoi farci proprio niente.


L'inabitudine al confronto è il peggiore additivo che si possa affiancare a questa droga: puoi restare ferito all'infinito, essere provocato all'inverosimile, ma ti negherai sempre una reazione. Troppo forte è la convinzione che vali qualcosa a priori, senza nemmeno che ci sia bisogno che tu faccia alcun che, tanto meno che tu lo provi in qualche modo: è un dato di fatto e se il mondo non se ne accorge è il mondo ad essere sbagliato, a non andare come deve.


Capita spesso di pensare a certe cose come superate, ma non sai mai cosa potrebbe farle tornare a galla.


Comunque, non c'è perfezione in nulla, nemmeno nel desiderio autodistruttivo ed il tempo cambia tutto, sempre...spero abbastanza.

Apoptosi




Trecentotrentatreesimo post, a metà dal tributo al principe della notte.

Mi lascia attonito realizzare come anche persone non particolarmente propense ad impegnarsi con continuità per il raggiungimento di un obiettivo, siano capaci di impegnarsi a fondo nel marciare verso l'autodistruzione, verso la tragedia, verso il disastro.

Non sto parlando del disastro ultimo, della Fine con la "F" maiuscola, ma questo non sminuisce minimamente la portata del mio stupore.

Il bisogno di preservarsi, di perpetrarsi non mi ha mai sorpreso granché. La propensione all'autodistruzione, invece, è ciò di cui non riesco a spiegarmi i motivi di fondo, pur avendone verificato l'esistenza e la frequenza più volte.

Probabilmente c'è una posizione di fondo indebitamente (ma non inspiegabilmente) asimmetrica: il motivo di fondo per cui ci si dovrebbe preoccupare di preservare la propria esistenza, al netto di ogni cultura e/o ideologia, non è più oscuro di quello per cui si dovrebbe desiderare il proprio annientamento, la propria fine, d’altronde cominciare ad esistere non è un gesto volontario, una scelta.

Non credo che la tendenza all'autodistruzione sia una cosa individuale più di quanto non lo sia il bisogno di continuare ad esistere. Probabilmente è qualcosa di simile all'apoptosi cellulare: le cellule muoiono per il bene dell'organismo. Anche se non si tratta di morte, ma di piccoli drammi personali, forse questo, in qualche modo, è funzionale all’insieme, al tutto, forse garantisce maggiore variabilità…

Non so, d'altronde forse tutto questo non ha un senso, o, comunque, non ha un senso comprensibile all’essere umano…fatto sta che succede, quotidianamente, e che mi sorprende.

domenica, febbraio 08, 2009

Decostruzione

- Nicolette - No Government -
L'ambiente ha effetto su ognuno di noi, fin dalla nascita. Per ambiente intendo, in particolar modo, l'ambiente sociale.
Il modo in cui l'ambiente sociale ci influenza è molto complesso e la sua influenza si esercita attraverso molti mezzi e si origina da più fonti.
Il senso comune, le frasi fatte, gli stereotipi, eccetera, li impariamo e li portiamo con noi in modo spesso inconsapevole, a prescindere dal fatto che li accettiamo e li facciamo nostri o li avversiamo e li combattiamo, o semplicemente ci lasciano indifferenti.
Il senso comune, la saggezza popolare sono "perfetti" nel senso che danno forma a tutto, o quasi tutto. Si possono trovare in essi affermazioni di principi in perfetta contraddizione tra loro, ad esempio: "chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova", ma anche: "chi non risica non rosica". Un invito alla prudenza ed un invito al rischio, entrambi integrati nel corpo della saggezza popolare.
Ovviamente la questione non è così semplice, a seconda del contesto a seconda del luogo, del tempo e delle influenze, comunque, questo macromodello di riferimento ha i suoi orientamenti, spinge prevalentemente in determinate direzioni piuttosto che in altre, non si tratta di un oggetto monolitico ed immune al cambiamento, sono sempre individuabili correnti dominanti e correnti alternative e, fortunatamente, in questa continua dialettica, c'è spazio per la costruzione individuale, per la scelta nell'aggregazione dei diversi valori esistenti e, a volte, per la generazione di valori nuovi.
Tutto questo pòpò di banalità l'ho scritto con il fine di manifestare il mio desiderio di fare, un pò alla volta, una sorta di collezione di tutti gli oggetti appartenenti alla categoria "senso comune" o "saggezza popolare" con cui in un modo o nell'altro sono venuto a contatto.
Non so se il mio desiderio avrà un seguito...ma fin che c'è...

domenica, novembre 23, 2008

Legami di sangue


Significa qualcosa il legame di sangue? Al di la di considerazioni tipo: "un genitore non è necessariamente un buon genitore solo perchè è il genitore biologico" ed estensioni varie di questo principio; cosa implica avere geni in comune?

Da cosa nasce questa mia curiosità? Dall'aver cercato su facebook gente con il mio stesso cognome, dall'aver ricevuto richieste di amicizia da gente con il mio stesso cognome provenienti più o meno da ogni parte del mondo. Ho visto alcuni profili, letto gli interessi e ho scorto vite diversissime dalla mia, inclinazioni, attitudini gusti...

Mi ricordo un corso di biologia, al primo anno di biotecnologie, in cui il professore, parlandoci di genetica, fece una considerazione che poi avrei sentito molte volte ancora durante i miei anni di studente di sociologia. Suonava più o meno così: "I geni, da soli, non predeterminano nessuna caratteristica, ma solo predisposizioni, è la loro interazione con l'ambiente a determinarle". Non si riferiva tanto al colore degli occhi o all'altezza, quanto, penso, a caratteristiche della personalità o comunque a "elementi meno immediati".

Mi ricordo che ci fece un esempio, l'esempio della lepre artica la cui pelliccia diventa banca solo se la temperatura scende sotto un certo livello, dicendoci che, se l'animale zampettava immergendo le estremità nella neve, le sue zampe diventavano bianche.

I miei ricordi potrebbero essere errati o alterati e la cosa potrebbe non funzionare esattamente così (è molto più probabile che la lepre muti tutto il mantello durante la stagione fredda), ma l'esempio mi è rimasto in testa in questa forma e mi ha sempre affascinato molto.

Torna la domanda: cosa significa il legame di sangue? I clan erano tenuti insieme solo da convenzioni sociali o c'era anche un elemento biologico?

Domande oziose, affrontate forse con troppa ignoranza, ma pur sempre domande domenicali che se non fossero tali, troverebbero probabilmente risposta con una ricerca più approfondita su internet.

giovedì, ottobre 30, 2008

My sunshine


E' estremamente facile lasciarsi andare alla depressione ed all'autocommiserazione quando qualcun altro ti procura ciò che ti necessita per vivere.

Alla fine arriva un momento in cui non lo puoi fare più, in cui non va tutto in automatico, non ci sono sentieri tracciati con chiare indicazioni.

Decidere che vita vuoi vivere diventa una questione seria perché ci si rende conto che non è una questione di fare prove, il tempo delle prove è passato. Non c'è tempo da sprecare crogiolandosi in un'infruttuosa consapevolezza dell'errore commesso, ce n'è solo per cercare di trattenere quanta più esperienza possibile.

L'esperienza. Così preziosa eppure dipende cosa ci si fa. L'esperienza che si accumula finisce spesso per sclerotizzarci, irrigidirci sulle nostre posizioni. Per un necessario meccanismo di riduzione della complessità, si tende a trovare per lo più conferme e sempre meno smentite.

Infondo l'identità ad un certo punto deve (?) diventare stabile, ma quale identità si stabilizzi è una cosa che ha un rapporto strano con la volontà. E' la mente a produrre mostri e produce anche gabbie. Cosa sia la volontà, a questo punto, diventa piuttosto difficile da capire.

Ma questo è un gorgo...quindi basta.

Buonanotte.

lunedì, ottobre 27, 2008

(Voglio) prendere le distanze da me



- Frankie Hi NRG - Autodafé -

"Prendo le distanze da me perché non voglio avere niente a cui spartire con me, da condividere con chi come me non fa nulla per correggersi : sono il mio nemico, il più acerrimo. Carceriere di me stesso con la chiave in tasca invoco libertà ma per adesso so che questa cella resterà sprangata a triplice mandata dall' interno : sono l'anima dannata messa a guardia del mio inferno. Reprimo ogni possibile "me", inflessibile, inarrestabile nel mio restare fermo immobile, segno i giorni scorrere sul calendario, faccio la vittima, il mandante ed il sicario.. Sono l'Uomo Nero che turbava i sogni quando li facevo, credevo di esser libero ma non mi conoscevo come adesso ed ego non mi absolvo neanche quando mi confesso dei peccati che ho commesso - e guido un autodafè - In cattiva compagnia soprattutto se sto solo, negativo come i G in una picchiata, prendo il volo, salgo, stallo e aspetto il peggio, che non sta nella caduta ma nell'atterraggio come dice Hubert. Malato immaginario più di quello di Molière, sono il mio gregario e mi comporto da Salieri e non chiedermi il perché, che come il Tethered quando perdo il filo poi non mi puoi più riprendere..
Caro amico non ti scrivo, non ti cerco e non ti chiamo mai, batti un colpo se ci sei e se stai ascoltandomi, strappami da questo mio torpore atarassico, mi son perso dentro un parco che è giurassico e non trovo vie d'uscita : vieni a prendermi o precipito, scivolo come Maximillian verso il buco nero del fastidio : nel tedio per me non c'è rimedio e me ne accorgo perché sono sotto assedio mentre tu mi fai l'embargo. Critico, m'arrampico su cattedre che non mi spettano e mi accorgo solo dopo un attimo che esagero : ma come al solito il danno fatto è irreparabile, la storia è irreversibile, la mia memoria è labile e lavabile.. Abito quest'ombra con contratto ad equo-canone pagando la pigione all'abitudine e prendendo l'eccezione come regola di vita : sto di casa a pianterreno e gioco a fare lo stilita.. Vago, divago, come il dr. Zivago io mi sbraccio e non mi vedi, cerco mani e spesso trovo piedi, cerco fumi e trovo lumi che mi bruciano, ed io so bene che le cicatrici restano. Carta, penna e poco più per stare a galla, nella testa il mio pensiero è come un ragno in una bolla : seduto in riva al fiume aspetta di veder passare il mio cadavere.. pazientemente..."

mercoledì, ottobre 08, 2008

Ex Miscellanea #2



- Caparezza - Un Vero Uomo Dovrebbe Lavare I Piatti -



Ad un certo punto, oggi, ho deciso che odio il mondo, che è come dire che odio me stesso, il che tendenzialmente è vero, anche se non è certo esaustivo.

Ci sono momenti in cui mi sembra che nessuno mi capisca. Ho imparato che quelli sono i momenti in cui sono io a non capirmi, o meglio, a fare finta di non capirmi, a non capire le necessità del momento. Questo non risolve di per sé granché: la consapevolezza è il primo passo, sicuramente, ma non è l'ultimo e nemmeno il secondo.

Il vecchino che chiede "un tozzo di pane" è tornato, ma nemmeno oggi monetina. Forse domani un pacchetto di craker o simili. Certo, volessi fare le cose per bene dovrei comprarli io i craker, non prenderli dalla dispensa di casa, attualmente riempita dai miei genitori.

Benchè odiassi il mondo, oggi, il mondo non sembrava odiarmi più di tanto: un immane concentrazione di persone mi ha chiesto indicazioni stradali in almeno 4 lingue. Ovviamente, se io che abito a Bergamo da più di dieci anni, non ricordo ancora il nome della maggior parte delle vie della mia città, è facile intuire quanto possa essere stato d'aiuto parlando di Milano.

Il mio pensiero più gettonato degli ultimi giorni consiste più o meno in: "noi sociologi, per il fatto che studiamo la socializzazione, i luoghi comuni, gli stereotipi, ecc. a volte finiamo per sentirci superiori ed esterni a tutto ciò...ovviamente non è così".

Infine, stasera, sul treno in ritardissimo, pieno zeppo, con solo posti in piedi in mezzo alla calca calda, umida e mal illuminato tipo stalla-pisolino-time, mi "sparavo" film assurdi di immagini deliranti in rapida sequenza dentro la testa, il tutto senza aver assunto alcun ché.

martedì, settembre 30, 2008

Ex Miscellanea (MI)



- Video tratto dal film "Il grande Lebowski" dei fratelli Coen -

Davanti alla stazione stamattina c'era un vecchio barbone piuttosto malmesso che, con un cellulare evidentemente scassato in mano, fermava chiunque avesse tratti somatici orientali chiedendogli di aggiustarlo. Singolare.

Pensavo, camminando verso Piazza Repubblica, a come cambiano certe cose. Io sono un pò pazzo, a volte mi capita di parlare da solo ad alta voce, non spesso, soprattutto ultimamente. Va da sé che la cosa può essere foriera di un certo imbarazzo, ma, da qualche anno a questa parte, il principio di casualità mi ha fatto un regalo: l'enorme diffusione degli auricolari più o meno wireless, più o meno dente blu. Ora, se per caso dovesse capitarmi di parlare ad alta voce con me stesso, rendendomi conto della cosa potrei sempre portare la mano all'orecchio fingendo di cercare di eliminare il rumore ambientale per sentire meglio quando vibra fuori dal mio (immaginario) gadget tecnologico.

La cosa più divertente? Il mio penultimo cellulare, che il signore dei microchip lo abbia sempre in gloria, comprendeva un auricolare dente blu in omaggio, beh, ho sempre avuto delle remore ad usarlo perchè mi vergognavo.

C'è un vecchietto (un'altro) sotto i portici che tutte le mattine chiede cantilenando "un pezzo di pane" e non interrompe la sua nenia che gli si dia qualcosa o no, va avanti come in automatico. Gli ho dato decisamente meno monete di quanto la mia coscienza ritenesse sufficienti per non pungolarmi ogni mattina. Stamattina il vecchietto non c'era più e non c'era nemmeno ieri e nemmeno l'altro ieri. La mia coscienza al momento nota ancora l'assenza e mi pungola, ricordandomi quante monetine avrei potuto dargli. Ma è la coscenza di un uomo pigro ed è pigra anch'essa, come pure la memoria, presto si annoierà e cercherà qualche altro motivo per pungolarmi. Stamattina faceva davvero freddo.

Un tizio, stavolta giovane, esce fuori dalla metropolitana e fa qualche passo con l'aria tranquilla, si ferma vicino ad una colonna e vomita l'anima, si ripulisce la bocca velocemente e poi, come nulla fosse, con grande naturalezza riscende in metro fischiettando. Suppongo sia solo questione di abitudene.

Fare l'autista di pullman dev'essere un lavoro estremamente frustrante e abbrutente. Un autista della 81 è riuscito a collezionare ben tre atti di razzismo in circa 10 minuti.
  • Minuto 0: il pullman è ancora fermo al capolinea, manca pochissimo all'orario di partenza e una signora, probabilmente cinese, si avvicina al mezzo spingendo una carrozzina e un'altra bambina tenuta per mano. L'autista chiude le porte appena qualche secondo prima che la donna possa passarvi attraverso. Non parte subito, aspetta che la donna si avvicini e bussi al vetro chiedendo di salire. "Non si lavora così! Bisogna essere puntuali! Qui è così che si fa, magari nel tuo paese no, ma qui si". Sciorinata la lezione si decide a partire, lasciando ovviamente la signora a piedi. Noi ci si limita a pensare che infondo avrebbe anche potuto farla salire, ma non si dice niente.
  • Minuto 4: il pullman passa davanti ad una fermata a chiamata. Nessuno l'ha prenotata, ma alla pensilina, due ragazzi neri, stracarichi di sacchi della spesa, si sbracciano cercando di far capire che devono prendere l'autobus. Ovviamente l'autista tira dritto. Interessante notare che la prossima corsa non passerà prima di 20 minuti. Io non me n'ero accorto, me lo si fa notare, ci si indigna e si continua a non dir nulla.
  • Minuto 7: Stavolta alla fermata ci sono due signore bianche e altri due ragazzi neri. Uno dei due fuma. Il pullman si ferma e le due signore salgono davanti, i ragazzi fanno per entrare dietro e quello che stava fumando getta la sigaretta avviandosi. La porta viene loro chiusa in faccia. Cercano allora quella centrale, ma la scena si ripete, raggiungono la testa del mezzo ed entrano li. Appena saliti, l'autista attacca una predica assurda accusando uno dei ragazzi di voler salire sul pullman fumando. Quando quello gli fa notare che lui la sigaretta l'ha buttata prima di entrare, l'autista continua "fumavi appena prima di entrare, entra tutto il fumo in vettura, questa qua non è educazione", va avanti per minuti interi. Il ragazzo che non fumava cerca di mettere pace, calmando l'amico che è più facile all'ira e ha tutti i motivi per farsela venire. La Cosa continua fino alla fermata successiva, tra lagnanze pretestuose mezze in italiano mezze in dialetto e insulti nervosi in inglese con accento jamaicano. Noi scendiamo con i due ragazzi. Siamo decisamente basiti ed è forse per questo che non abbiamo detto niente nemmeno stavolta.

C'è un confine molto sottile tra comunicare ed informare e c'è un'intera categoria professionale funambolicamente sospesa su quel confine. Io ho un interessante visuale sul fenomeno e mi scopro ad esserne vittima ed ingranaggio, per ora, sempre molto inconsapevole. Stuzzicanti questioni etiche e discorsi concitati nei pressi dell'entrata di una fermata della metro.

Ho spesso a che fare con la mia paura, con le mie paure. Risolvo realizzando che mi piacerebbe molto essere più libero da esse, ma che infondo riesco, pur nella mia ansia paranoica, ad essere fatalista e pragmatico a tempo debito. Dall'altro lato, anche se sono sempre stato un sostenitore del relativismo, ho sempre invidiato persone con forti certezze e saldi principi, persone sicure di sé, ultimamente però sto riflettendo sul fatto che c'è sicurezza e sicurezza, convinzione e convinzione e che non sempre c'è molto da invidiare, almeno, non più di quanto si possa invidiare qualcuno che sta in gabbia. Eviterò di scrivere quella frase tanto banale che sta solitamente infondo a riflessioni di questo tipo e che spesso viene citata in latino.

Ora ho sonno e vado a dormire, il doloroso pulsare monotempia potrebbe tornare. Ciao mondo, a domani.

martedì, agosto 19, 2008

Inizio Di-vino



- Toop toop - Cassius (ST de "Il Divo") -

Rientro al lavoro stellare!!!

Non c'è nessuno, sono tutti in vacanza, dove dovevamo per altro essere io e la mia amica Elisa. C'è tantissimo da fare, ma non si può fare quasi nulla e comunque non c'è quasi nulla che noi si possa fare. Tutto il giorno a fare (inutilmente) i segretari.

Niente di eccessivamente molesto se io fossi una persona che dorme in "modo opportuno". Non è così.

Beh, almeno ieri ho assaggiato dell'ottimo ragù d'asino (con pasta fatta in casa) ad una sagra qui in provincia di Bergamo (festa di San Rocco) in compagnia della mia Chia, di un ninja (seeeee sticazzi!) noto ai più come Stefano e di Veronica (che probabilmente gli tira dietro stellette ninja ogni due per tre...e fa bene!!!). Tutto ottimo, anche il panorama, ma io e l'alcool dobbiamo rivedere le reciproche posizioni.

A conclusione di post-serata, ho finalmente trovato il video della canzone d'apertura del film "Il Divo" del grande Sorrentino, con il grande Servillo. La adoro e ve la metto qui, in modo che voi possiate apprezzarla. Se siete tra quelli che non hanno ancora avuto il piacere di vedere il film, come quella testa di Mpanatigghia (o come ca...minchia si scrive) di (IN)Fausto, guardatelo, uno perchè è un gran bel film sotto praticamente tutti i punti di vista (ma se volete possiamo discuterne...hehe), due perchè la canzone si gusta meglio con le immagini.

Ulteriore regalo:
- una scena che mi è particolarmente piaciuta
- il trailer del film

mercoledì, luglio 16, 2008

Entomologia da bere



Video: Eagles of death metal - Dont'speak

303esimo post...mi fa pensare alla macchina di paperino.

Paperino ti sta simpatico, ti deve stare simpatico, è sfigato...funziona così. Come pure topolino sta sul cazzo perché è il primo della classe.

La mia immaginazione è fissa su un me ipotetico su di un motorino con in testa un casco, un casco a scodella, il colore non importa molto, ma direi nero o arancione cachi maturo, con un lunghissimo corno di narvalo montato in fronte. Sulla punta una specie di cubetto di materiale spugnoso: non sta li per fare male a qualcuno quel corno, solo per fare pensare ai compilatori di bestiarii del prossimo medioevo che gli unicorni esistono e hanno le ruote, due per la precisione.

Su tutto questo aleggia il valore del tempo. Senza voler essere troppo fiscali. Ci sono rapporti di lunga data a bassa intensità e rapporti recenti ma estremamente intensi. Comunque il tempo è la variabile. Il presente infinito, l'attimo eterno...parole, sensazioni, non certo reali assoluti (assoluti reali...singolare).

Abbondo in puntini, anche parentetici, ma la sostanza è che la tendenza all'equilibrio dinamico sta sempre li, a prescindere dal fatto che risulti nel raggiungimento dello stesso o no. Lo sradicamento moderno genera speso il ripiegamento verso un'identità locale, fisica e contestuale, e se cercandola la si trova debole, la si reinventa e la storia, che sia fittizia o meno, risulta essere ciò che da consistenza all'identità.

Non è mia intenzione, ora, parlare della rilevanza del fatto che la storia sia reale o inventata.

Stasera ho fatto l'ennesima esperienza del mio fatalismo. La FAO ammonisce noi occidentali perché, a causa di stupide preclusioni mentali, non mangiamo insetti, nutrienti e abbondanti. Detto fatto, basta andare in un locale porno-lounge all'aperto (non so perché l'ho definito porno, né ho mai avuto esattamente idea di cosa volesse dire lounge, percependo comunque quando un posto lo è), ordinare un long island, prontamente servito con cannuccia e fare una sorsata con la suddetta.

Beh...diciamo che le cannuccie dovrebbero essere vuote.

Cmq, non ho registrato alcun sapore, tranne forse quelli che la mia mente impressionata dalla scoperta voleva che registrassi. Il drink l'ho finito, lagnandomi solo occasionalmente e senza chiamare in causa l'ASL...si trattava solo di proteine.

Il delirio è al limite, ma in questi giorni di stitichezza mentale, avevo proprio bisogno di liberarmi, anche in questo androne buio di blog.

Notte a tutti e viva l'entomologia.

lunedì, luglio 07, 2008

Boom...


Continua la mia magica avventura nel mondo del lavoro.

Oggi stipula del contratto con tanto di ammonimenti. Ci sarà da sgobbare duro, ma questo l'avevo messo in conto, il problema sarà conciliare i due impieghi senza scontentare nessuno. Peccato non essere ubiqui :).

Un immagine mi ha colpito qualche giorno fa, in effetti era il primo giorno di lavoro. Andavo verso la stazione centrale e vedo che ad una donna che camminava spedita cade la giacca. Subito dietro di lei arrivava un'altra donna un pò meno spedita. Ho pensato "si fermerà a raccoglierlo e lo riconsegnerà alla proprietaria". Manco per il cavolo, lo guarda e tira dritto. Un pò sorpreso, faccio una corsettina, che vista la trippa non fa mai male, e ottempero a quella che a me sembrava una pulsione normale. La prima signora mi ringrazia e va via.

Non ho raccontato questo perchè volevo fare del buonismo o autoincensarmi, ma solo perchè mi sono sentito ingenuo nel trovarmi sorpreso.

domenica, giugno 29, 2008

Banalità afose



- DEATH PROOF - DOWN IN MEXICO -

Il desiderio di giustizia non ha niente a che vedere con la giustizia intesa come concetto assoluto e trascendente. Ognuno ha la sua idea di cosa è giusto, condita con le influenze del contesto. Fin qui nulla di nuovo...e null'altro voglio aggiungere a questa banalità. Mi limiterò a scriverla così come appare poco più su.

Altro? No, non molto altro, a parte la mutevolezza del sentire, sperimentata in stato di percezione alterata dall'alcool. La cosa più interessante non è tanto la differenza che intercorre tra le sensazioni e le convinzioni che si manifestano in questo stato rispetto a quelle dello stato normale, ma il passaggio tra i due stati, le fasi e le trasformazioni che si attuano. L'erosione dell'euforia è molto lenta, ma costante e si attua attraverso l'esaltazione di quanto di negativo c'è già nella testa, parallela ed inversa alla soppressione dei vincoli sociali e psicologici.

Un tale fenomeno evidenzia ancora una volta la capacità dell'esistente di ristabilire un equilibrio dinamico nel momento in cui questo è perso...capacità, questa, fondamentale per l'esistenza stessa così come la conosciamo. L'elemento dinamico fornisce mutevolezza, variegazione, quello dell'equilibrio solidità e stabilità, uniti a costituire un altro equilibrio ad un livello superiore, anch'esso dinamico.

Anche qui...genialità? No, banalità piuttosto, elucubrazioni del momento riportate su schermo, ma a quanto si dice, tra i blog ho buona compagnia, tanto più che questo non è un blog di servizio, è solo una manifestazione del mio esibizionismo ed egocentrismo.

Saluti, a non so quando...

sabato, giugno 21, 2008

Luna Champagne


Si impara il valore della riservatezza solo quando si smette di pensare di non valere nulla, o comunque molto poco, quando si inizia a costruire qualcosa per sé ma insieme ad altre persone, persone importanti.

Finalmente è arrivato il caldo, quel caldo estivo, dalle mie parti un pò umido, che fa la luna più gialla e sfumata, che ti fa cercare la brezza, che ti fa andare in macchina con i finestrini abbassati, senza fretta ascoltando una radio che trasmette blues.

Finalmente è arrivata l'estate che quest'anno s'è fatta attendere. Finalmente per molti, quasi tutti credo, forse anche per me. Dico forse perché io e l'estate abbiamo sempre avuto un rapporto controverso. L'estate è uno di quei periodi che carichi di grandi aspettative e quando le aspettative sono grandi, alto è il rischio di vederle deluse.

Le mie aspettative sull'estate sono sempre state enormi: mi aspettavo mutamenti epocali, esperienze incredibili e, manco a dirlo, venivo soddisfatto per lo più quando mi davo per vinto e pensavo di tenere un profilo basso.

Non mi passa nemmeno per la testa di limitarmi ad una lagnanza, le mie estati dopo tutto hanno portato con sé "mutamenti epocali ed esperienze incredibili", ma mi hanno spesso donato un senso di malinconia profonda, una tristezza sottile, uno straniamento appannato e ronzante, tanto più che mutamenti ed esperienze non necessariamente sono cose piacevoli.

Ora ne è arrivata un'altra e, questa volta, non caricarla di aspettative è davvero arduo, d'altronde la mia vita sta già cambiando, è una fase nuova. Sono dunque un pò timoroso, ma non per questo manco di speranza ed entusiasmo.

Staremo a vedere...

venerdì, maggio 30, 2008

Come una spugna

Singolare…

Cresciuto con l’idea che la cultura fosse una cosa importantissima, forse tra le più importanti, mi ritrovo ignorante.

Non parlo della condizione assoluta, tutti siamo ignoranti rispetto ad un’infinità di cose, parlo di quella relativa.

Fino alle superiori (e i primi due anni di università) ho deciso che la mia vita era una merda e che l’apatia e l’autocommiserazione dovessero essere la mia via. C’era pure una buona dose di vittimismo a 360° e di pensiero autodistruttivo in loop.

Per tanto tempo mi sono concentrato sul mio mondo interiore, arrivando a giustificarmi pensando che quest’ultimo è infinito tanto quanto quello esteriore e, addirittura, che dentro di me potevo trovare tutto e che non c’era bisogno di dedicarmi a quello che avevano cercato altri fuori. Non ci ho mai creduto davvero, ma mi faceva comodo.

Avevo anche una gran paura del confronto: dopo essermi sentito dire all’infinito da piccolo che ero intelligente e dopo aver realizzato che, se questo era vero, non mi aiutava gran che nelle relazioni con il resto del mondo, per crederlo dovevo impedire a chiunque e a qualunque cosa di negarlo.

Il risultato di tutto ciò è stato che a scuola mi sono sempre limitato a galleggiare, studiando occasionalmente il minimo, usando ogni minimo fallimento come alibi e preoccupandomi più di coltivare l’ansia da prestazione che di impegnarmi per affrontare le prove che mi si ponevano di fronte o di dedicare realmente alla cultura quell’attenzione che, secondo i valori inculcatimi, avrebbe dovuto avere.

Cominciando sociologia le cose sono un po’ migliorate, ma solo un po’. L’avvicendarsi degli esami era troppo veloce (tutti tre crediti) e quello che mi infilavo in testa, poco dopo svaniva e restavano solo plichi di riassunti fatti a computer, tanto più che non sono nemmeno stato costante nello studio.

Il risultato finale è che sono una “spugna”. Assorbo informazioni raccattate da ogni dove (internet, libri, tv) sugli argomenti più disparati (storia dell’assenzio, salti prigoginici, ecc.), ma si tratta di conoscenze occasionali e superficiali, prive di un filo conduttore, non organiche, tali che posso parlare solo con chi non ne sa niente e limitandomi molto. Per quanto riguarda la sociologia stessa, ho idee di fondo molto generali e qualche raro sprazzo di conoscenza più specifica.

Me ne rendo conto benissimo e sono anche cambiato nel tempo, ma spesso, troppo spesso, continuo a limitarmi a preoccuparmene, senza agire di contrasto.