sabato, febbraio 25, 2006

O.D.F.


Non riesco proprio a credere che non ci sia un senso.

Anche quando gli eventi mi portano a pensarlo, supporlo, lo faccio sempre credendo che dovrebbe esserci.

C’è una foto che, per quanto ricordi un tempo lontanissimo (sebbene forse in termini strettamente cronologici non lo sia), non riesco a guardare.

Ritrae una persona, il suo viso sorridente, sorriso di cui raramente ho goduto.

Ritrae il suo sguardo, uno sguardo che, oggi come prima d’oggi, non riesco a sostenere.

Eppure…eppure ciò che ho fatto ha un motivo, un senso. Eppure sono convinto che non avrei potuto fare altro, benché potessi desiderare un epilogo migliore (sapendolo improbabile).

Quando agii, nonostante il dispiacere per la piega che presero le cose, non potei che sentirmi liberato, più leggero: avevo ucciso un sogno ormai sterile, un desiderio capriccioso che mi faceva patire e mi faceva essere peggiore, e lo avevo scambiato per un pragmatismo che prometteva rinnovamento.

Non sono mai stato troppo sicuro delle mie scelte, ma quando ho dovuto compierle le ho compiute, pronto ad accettare il peggio con una sorta di fatalismo, quasi fiducioso, speranzoso che il peggio arrivasse. Il peggio, d'altronde, non può peggiorare.

Mentre questi ultimi anni mi insegnano, capisco, con grosso ritardo, che una vita non può essere vissuta in questo modo se non si vuole finire per odiarsi…ma ancora non elaboro un’alternativa e languo nel peggio di ieri che torna a molestare il mio oggi.

E lei mi guarda, tratta da un cassetto ingombro e dimenticato nella convinzione, dovuta dalla lunga assenza del confronto, che avrei saputo guardarla come si guarda un ricordo, mentre invece quello sguardo è ancora più forte della mia volontà, del mio distacco, reso oggettivo dal tempo passato, dalla differenza di vite vissute.

Lei mi guarda ed io distolgo lo sguardo, senza sapere perché, senza riuscire nemmeno a riporla di nuovo nell’ingombro cassetto.

mercoledì, febbraio 22, 2006

Polpa splenica in disfacimento


Il venticinquesimo anno non comincia sotto i migliori auspici. Intendiamoci, niente di trascendentale, si può stare molto peggio, ma diciamo che c’è tutto quello che serve per avere un umore in sintonia con il tempo atmosferico (qui piove tutto il giorno).

Le questioni sono sempre le stesse: la specialistica che continua ad essere una delusione, a regalarmi frustrazioni e nervosismo (specie considerando che oltre tutto il casino in cui ci hanno sistemati, ci prendono pure per il sedere…il mondo intero è ipocrita, ma credo ci sia comunque un limite di ipocrisia sopportabile); il bilancio esistenziale, tradizione degli ultimi compleanni, che non è facilmente interpretabile e che mi lascia senza basi anche solo per immaginare un futuro prossimo ipotetico o desiderabile; il senso di solitudine che scaturisce da alcune riflessioni che non sono riuscito a togliermi dalla testa in quest’ultimo periodo (e io sento già la primavera!). Il tutto addizionato di un fastidioso malditesta/raffreddore/influenza/ipertermia.

Niente di nuovo…ma a volte il fatto che non sia cambiato nulla è di per se qualcosa con cui fare i conti in modo diverso dal passato. La cosa brutta è che, sebbene con il tempo io sia diventato meno catastrofico e malinconico di quanto non mi accadesse in passato (anche se magari dal blog non si direbbe), quella certezza sotterranea ma incrollabile che comunque “c’è tempo, le cose miglioreranno sicuramente, non possono semplicemente continuare così”, per la prima volta, sta venendo meno, non nel senso che sto diventando disfattista/fatalista al massimo livello, solo che sto cominciando a pensare che poi, tutto sto tempo da buttare nel cesso, non è che io l’abbia proprio.

Oltre a tutto questo, sono pure in crisi creativa massima, a questo si aggiunga che non ho moltissimo tempo (a parte quello che spreco) e si capirà perché gli aggiornamenti sono così rari.

Mi passerà, soprattutto quando ricominceranno le serate alcoliche all’ancora…PLENIPOTENZIARIO G., SE CI SEI, BATTI UN COLPO!!!!!!!!!!!!!!!

Muoia Sansone con tutti i filistei


Sono gli ultimi giorni di Hitler e il fuhrer, a cui è chiara la sconfitta imminente, dà ordine alle sue gerarchie militari di sterminare tutti i prigionieri, dissidenti, ebrei, zingari, polacchi: "muoia Sansone con tutti i filistei". L'ordine raggiunge le dislocazioni naziste in tutta Europa e ogni soldato fino all'ultimo avamposto esegue la sua parte di sterminio finale. Un giovane ufficiale di stanza in Polonia guida i suoi soldati ad uccidere i prigionieri catturati fino a quel momento, e poi gli ebrei nei campi, e poi gli stessi polacchi, che cercano rifugio dove possono. I morti cadono uno dopo l'altro, alcuni scappano nelle chiese: i soldati entrano in chiesa, e sparano, e uccidono ancora. Lo stesso ufficiale avanza tra le navate con la luger in pugno e raggiunge l'altare, dove in un angolo, rannicchiato, sta un giovane prete polacco, che lo implora tremando di non sparare.
"Nein, io atesso uccidere te, perché questo è ordine ke mi ha dato mio fuhrer", e gli punta la pistola addosso...
"No, fermo, fermo, ti prego, non mi ammazzare, non farlo..."
"Io uccidere te, come ho ucciso gli altri, nemici della Cermania..."
"No, fermati..."
L'ufficiale sta premendo il grilletto.
"Fermati, devi sapere una cosa... Se non mi uccidi, io un giorno sarò Papa..."
L'ufficiale, esita, lo guarda, abbassa la pistola, e fa:
"Fa bene, ma dopo io!"

giovedì, febbraio 16, 2006

Nero d'onice liscio


E' possibile provare, seppur con vaghezza, un sentimento che normalmente è verso un'altra persona, senza che ci sia, fisicamente, un'altra persona? Senza che l'oggetto di tale sentimento sia più che una essenza indistinta, più che una mera mescolanza di qualità ed aspetti raccolti, nel tempo, dalla memoria?
Non credo sia possibile...e allora? Forse che un sentimento del genere si rivolga all'interno? Forse che richiami, presso le caotiche e multiformi periferie della psiche, un fantasma, un'immagine evanescente, nulla più che vapore su uno specchio freddo, come suo oggetto?
Chi si trovasse in una tale condizione, non dovrebbe allora temere l'autoannullamento per involuzione, l'implosione?

E' una gabbia terribile l'individuo, una cella stretta con lisce pareti d'onice, d'un nero tanto scuro e lucente che gli occhi, per il tanto fissare, scambiano un cubicolo minuto per un universo infinito.

Le dita scivolano su quella superficie perfetta e fredda, su cui il calore malsano ed umido del corpo vivo si deposita e sembra venir assorbito voracemente.

Alcun suono giunge alle orecchie, nessun rumore, nessuna vibrazione percepiscono i piedi dal suolo immoto.

Il buio è totale, nessuna luce lo fende, eppure lo sguardo, affaticato di tanta oscurità, vede bagliori ove non ve ne sono, sembra accecarsi per un sole che non esiste.

Troppo stretto è l'antro perchè il braccio possa piegarsi e si possa abbattere il pugno, ma seppure potesse, spesse sono le mura, più dell'immaginabile.

lunedì, febbraio 13, 2006

Le banalità del Gert-pensiero non relative a Gert. Parte prima: l'av(i)aria


Aviaria.

Divertente vedere come i canali di (dis)informazione orchestrino, più o meno consapevolmente, reazioni collettive paranoiche, allucinate ed irrazionali che possono intaccare, sulla base di un nulla, la stabilità (hahahaah) di un sistema economico o di alcuni dei suoi settori. E poi non si dovrebbe essere costruttivisti sociali? Che la realtà esista o meno non è rilevante (e comunque si tratta di una domanda alla quale si può rispondere solo per fede), non è con quella che ci si misura, è la rappresentazione che conta. Ognuno ha la sua, ognuno viene influenzato nel farsela, in misura varia, dal suo "contesto mediatico" (si parla ovviamente di rappresentazione del mondo in senso ampio). Quando l'informazione non è l'obbiettivo primo (a cui almeno tendere, visto che probabilmente raggiungerlo in toto è impossibile), ma lo è solo il business, ciò che si ottiene è deformazione, produzione di profezie che si autoadempiono, stimolo continuo alle nevrosi e paranoie del pubblico che, man mano crescono, incrementano il bisogno, la fame di informazione/deformazione, dunque producono incrementi degli introiti.

Un mondo che non genera (abbastanza) paura e tensione non è accettabile, quindi va reso più angosciante, più incerto più insicuro.

Se l'ignoranza è una brutta bestia, forse l'ignoranza travestita da informazione è una bestia anche peggiore.

Il capitalismo, non solo ha mostrato negli anni un'incredibile capacità di adattamento, ma anche un'altrettanto incredibile capacità di evidenziare i limiti dei principi alla base del concetto di democrazia, il cui sviluppo è stato talvolta funzionale, comunque connesso allo sviluppo del capitalismo stesso.

In questo caso si parla della libertà di stampa.

...il concetto di responsabilità non è un concetto economico, ma etico e giuridico.

mercoledì, febbraio 08, 2006

Late Afternoon


Era da tanto tempo che non uscivo di casa di pomeriggio. Avevo dimenticato quanto possa essere triste il sole invernale, specie in una giornata serena. Ha qualcosa di intrinsecamente malinconico. La luce, la luce è come fosse antica, stanca, sembra quasi di poter intuire l’enormità della distanza che ha percorso prima di scivolare obliqua su tetti, su siepi e muretti.

La banca non è affatto accogliente. Sicuramente una banca non è il primo posto a cui penso quando devo pensare ad un posto accogliente, ma ne ho viste di migliori. Una banca dovrebbe essere accogliente, almeno un po’…d’altronde la pianta carnivora attrae l’insetto con colori audaci e forme invitanti. Comunque questa banca non è accogliente.

Il cilindro di vetro blindato con apertura alternata attraverso cui devo passare solletica una claustrofobia che non sapevo di avere. La mia mente corre a squallidi scenari futuribili dove l’aggettivo umano indica un affezione e dove l’asetticità inorganica impera. L’interno non fa che incoraggiare questi pensieri: enormi blocchi di plastica verde occupano la maggior parte dello spazio tra il soffitto basso ed il pavimento di linoleum nero a cerchietti in rilievo. Gli impiegati occhieggiano da nicchie ingombre di modelli, monitor e tastiere.

Mentre mio padre fornisce gli estremi, noto l’impiegato all’altro sportello. Sicuramente è più giovane di me: imberbe, con la faccia da scolaretto coscienzioso. Probabilmente ha appena finito il liceo. L’altezza notevole, sempre più comune tra i nuovi ipernutriti, non riesce a mitigare a sufficienza la dissonanza tra il suo viso e gli elegantissimi paramenti da bancario. Il pesante orologio d’acciaio sembra volergli slogare un polso troppo esile. Da bravo apprendista, osserva i colleghi e fa domande, si giustifica se gli viene rinfacciato qualche errore e fa pratica.

Nelle facce dei colleghi più anziani vedo i giorni del suo futuro, giorni di sicura e sorridente stabilità, giorni di bagordi costosi, di vizi elitari ma non troppo, giorni di eccessi a tempo e di perfetta puntualità, di professionalità, di conti, di moduli, di telefonate. Forse, più in là, quando la gioventù rimasta sarà stata consumata nelle ore serali e nei week-end, giorni di famiglia da pubblicità delle merendine e di carriera, giorni di panni sporchi lavati in casa (con gli avvocati), di figli viziati ed antiempatici, e di pubbliche virtù, giorni di voto sicuro e consapevolmente inconsapevole, di sfizi costosi, di auto lucenti, di vacanze assolate dekamikazzizate, di benessere che aspira ad essere lusso e quando può lo diventa. Infine, giorni di solitudine, magari in una villetta sui colli toscani a fare il “padrone in casa propria”, su una sedia di vimini sotto il pergolato, con una coperta di lana sulle gambe ed una giacca da camera di velluto rosso, giorni passati ad aspettare di occupare il posto pagato nella cripta di famiglia con dei fiori appassiti davanti e ripensare a tutto questo.

Quando esco guardo mio padre, le sue spalle. Non è un uomo alto ed il tempo della venerazione è passato da molto, ma sta passando anche quello della disillusione. Ora posso stimarlo per le sue qualità di essere umano, al netto dei suoi difetti, posso provare un affetto più sincero e spontaneo. Ora so cosa può insegnarmi e desidero consapevolmente impararlo.

Mentre la macchina fila nel traffico e gli ultimi discorsi sul cielo terso ed il freddo mite si spengono, la mia mente arranca dietro all’essenza del diventare adulti, al mutamento sottile che ti trasforma quando diventi pienamente responsabile dei tuoi 13 dollari circa di materiale organico e di tutto quello che qualunque metafisica possa vederci accluso. Arranca dietro alla prospettiva nuova che ti fa scoprire significati diversi in cose che prima detestavi e rende più quotidiane cose prima eccezionali, che ti fa amare la routine di una vita regolare, che indirizza i tuoi pensieri entro argini sempre più solidi e che piega le tue emozioni alle necessità della prassi.

Non ho ancora idea di quando mi toccherà tutto questo, di che forma avrà e di come mi cambierà. Ne ho paura, ma una paura calma, rassegnata all’ineluttabile che lascia spazio alla curiosità: cosa e quanto resterà di me…?

lunedì, gennaio 30, 2006

Fear


Pum...
Pum...
Pumm...
Buio. Le palpebre si aprono di scatto. Altro buio
Pumm...
Si tira a sedere sul letto. Ansima.
Pumm...
La mano corre nervosamente a cercare l'interruttore della lampadina sul comodino.
Pumm...
La luce stupida e assonnata si staglia sui profili alieni di cose familiari.
Pumm...
L'aria vibra così intensamente ad ogni battito che sembra essere liquida. Le pareti sembrano non poter contenere la vibrazione. Le pareti sembrano voler esplodere.
Pumm...Pumm...
"Cazzo!"
L'imprecazione scivola fuori sibilata dalle labbra secche, dalla bocca ancora impastoiata per il sonno.
Pumm...Pumm...
"Cazzo!"
Ora lo dice a voce piena.
Pumm...Pumm...
"Cazzo!CAZZO!"
Ora l'imprecazione è un urlo, mentre la paura gli dilata le pupille e gli stringe le viscere.
Pumm...Pumm...
La coperta, calda del suo calore, gettata da parte. Si alza in piedi, i piedi nudi sul parquet. Ansima come se quello fosse l'ultimo ossigeno della sua vita. Non fa nulla. Sta solo in piedi. Lo sguardo inchiodato su un punto che non ha alcuna importanza, che potrebbe essere qualsiasi altro punto.
Pumm...Pumm...Pumm...
Il viso si contrae in una smorfia di paura, smorfia della bestia che lo ha reso l'incapacità di capire. Non c'è nulla da capire. Non c'è tempo o modo per capire. E' solo troppo...grande?
Pumm...Pumm...Pumm...
Ora le sue imprecazioni sono isteriche, piange e sbava. si scava le guance con le dita. Si sente mancare.
PUMM...PUMM...PUMM...
Stavolta è tanto forte che il suo cranio, il suo petto sembrano non poter contenere la vibrazione. Il suo cranio, il suo petto desiderano esplodere. Ma lui non vuole, lui non può! Urla, urla disperato e mentre urla cerca di infilarsi in fretta sul pigiama i vestiti del giorno prima.
PUMM...PUMM...PUMM...
I jeans troppo larghi.
PUMM...PUMM...PUMM...
La felpa troppo larga.
PUMM...PUMM...PUMM...
Le fottute scarpe che non entrano, che ha lasciato allacciate, la fottuta soletta che si piega.
PUMM...PUMM...PUMM...
"Cazzocazzocazzocazzocazzo..."
Afferra, scaraventandosi fuori dalla stanza come se ossa e muscoli fossero messi insieme a caso entro l'involucro della sua persona, afferra la giacca lisa e la sciarpa di lana colorata.
PUMM...PUMM...PUMM...
La discesa dalle scale, al buio è fatta di angoli, contusioni, mancati equilibri, di un labbro spaccato e di altre imprecazioni sputate tra sangue e saliva.
PUMM...PUMM...PUMM...
La porta non si apre. La porta non si apre! L'idea della chiave che deve girare nella toppa arriva in ritardo.
PUMM...PUMM...PUMM...
"Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa! Cazzo! Devo uscire! CAZZO!"
Piange. Capillari e pupille dilatate. Piange. Gira la fottuta chiave nella fottuta toppa. Non si apre! Non si apre! Gira, gira ancora. Si apre!
PUMM...PUMM...PUMM...
Il gelo della notte, che si era solo fatto intuire dallo spiffero sotto la porta, gli impatta contro come fosse solido, come potesse spingerlo indietro. Quasi cade. Resta in piedi. Una falcata ampia quanto le sue gambe corte gli possono concedere, quanto gli può concedere il cavallo basso dei suoi pantaloni troppo larghi.
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
E' nel vialetto. La luce della luna è incredibile. La luna deve essere piena. La luce della luna è troppa. La luna deve essere piena. Non ha ancora girato la testa verso l'alto, verso il cielo, verso la luna, ma la luce è...terribile, la luce è terribile. Sa già cosa vedrà, lo sa senza saperlo, sa già cosa vedrà. Alza la testa.
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
Non è la luna. Non è la luna. Non è la luna è un occhio. Nel cielo non c'è la luna, non c'è la luna ma un occhio. Non c'è la luna ma un occhio enorme, spalancato, fisso.
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
L'occhio lo guarda. L'occhio lo guarda e lo sguardo, quello sguardo, è terribile. Quello sguardo lo penetra lo fruga, come mille piccole mani che si muvono dentro di lui, tra organi pulsanti, in ogni viscido anfratto del suo corpo, internamente.
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
Quello sguardo è pesante, lo schiaccia. Quello sguardo è bruciante, lo incenerisce.
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
Ora corre. Corre lungo il vialetto. Corre perchè deve correre...lungo il vialetto. Si volta. lo sguardo non lo perde mai. Lo sguardo sarebbe su di lui anche sprofondasse al centro della terra. Lo sguardo non lo abbandona.
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
Ha ancora la testa girata all'indietro quando colpisce il cancello e finisce a terra seduto. Quel battito terribile, mostruoso, quel battito è di un cuore abnorme, quel battito squassa ogni cosa. Quel battito è il cuore crudele del mondo. Quell'occhio è l'occhio crudele del mondo. Si rialza.
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
PUMM...PUMM...
Urla ancora, urala e piange. Salta sul muretto di cemento alla base dell'inferriata. Si afferra al bordo metallico e scavalca di slancio. Urla e piange. L'orlo strappato dei fottuti pantaloni si incastra da qualche parte. Lo slancio lo sbilancia. Cade girando su se stesso. La testa contro le mattonelle arancioni. Piange e urla.
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
PUMM...PUMM...PUMM...
Sangue. Sangue e sabbia. La testa ronza come i vecchi lampioni che fanno troppa resistenza. L'occhio lo guarda. Piange e non urla. Si rialza. Biascica imprecazioni. Si rialza ed il sangue copioso cola sul collo, appiccicoso. si alza e corre su per la rampa. Corre e non vede che contorni sfocati. Corre e non sente che ronzio. Ma l'occhio, ma lo sguardo lo sente, lo sguardo crudele dell'universo gelido. Il battito di quel cuore orrendo, immane, di quel cuore, del cuore crudele dell'universo gelido, lo sente.
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
Corre sull'asfalto del parcheggio. Corre ed impreca sputacchiando sangue e sabbia e saliva e lacrime. Corre e piange. Corre e cade ed i pantaloni si lacerano al ginocchio. La pelle sul ginocchio è sangue e ghiaia mentre si rialza ancora e corre. Ora il cielo non è coperto da nulla. Ora l'occhio crudele lo scruta terribile. Ora i battere di quel cuore imponderabile fa vibrare l'orizzonte ed ogni fibra della sua carne martoriata, ed ogni lembo della sua mente martoriata.
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...PUMM...
Fissa ancora quell'occhio terribile. Ancora le orecchie piene di quel battito terribile, quando mette piede sulla strada. L'impatto è tremendo. La velocità è quella di uno bolide delle quattro di notte, della città deserta. Il volo è tremendo, la parabola lo scaraventa sul marciapiede davanti al cancelletto marrone di una villetta. In quel momento, l'angosciante intensità di quello sguardo si fa ancor più forte. Il battito è un vibrare di ogni piano d'esistenza mentre la vita con il sangue abbandona il suo corpo, parodia grottesca e scomposta del corpo che era.
PUMM...PUMM...PUMM...
Le palpebre incrostate di sporcizia tremano appena. Il gelo lo assale ed è un gelo che non potrà trovare mai più calore.
PUMM...PUMM...
Gli occhi si chiudono sigillati dall'ultima l'acrima.
PUMM...
L'occhio terribile nel cielo piange sangue nero e chiude palpebre stellate sulla penetrante crudeltà del suo sguardo.

Nessun rumore turba la notte gelata.

Delirium Statisticum


E' allucinante. Non lo pensavo davvero possibile. E c'è gente che cerca lo stato euforico-allucinatorio nell'uso di sostanze psicotrope di vario genere (tabacco, alcool, marjuana, ecc.)...poveri illusi!!!

Il vero "sballo" sta nella statistica! Si, esatto, mi avete inteso perfettamente: dopo una giornata dietro a modelli di regressione più o meno lineare, a tavole di mobilità intergenerazionale e surrogati, a test del chi quadrato, ad indici di dissimilarità e fogli excell colorati con annesse formuline risparmiatempochefannounbottodicalcoliinauto
maticosenzachetudebbafaretuttoamanooconlacalcoltrice, senza che queste cose paiano avere tra loro la benchè minima connessione o utilità pratica (tranne quella di farmi passare l'esame/i...forse) sto delirando! Canticchio da solo in modo ossessivo, anche canzoncine e motivetti insopportabili e autofastidiosi mentre faccio i calcoli, corro per le scale findandomi su e giù e rischiando di impattare contro ogni genere di spigoli e stipiti e di rompermi rotule. Mi sento imbecillemente euforico ed ho la testa leggera. Lo spazio davanti ai miei occhi si distorce e sembra prima stirarsi, poi collassare verso un punto centrale come fosse un buco nero, cosa che rende il monitor con il suddetto foglio excel una sorta di caleidoscopiocatodico. A volte il campo visivo si riempie di migliaia di piccoli girini al neon, verdi, gialli, rossi. Ho la voglia di andare a letto che ha uno che si è appena svegliato da un coma di 20 anni ed ha vinto il primo premio al superenalotto, tutto questo senza aver bevuto un caffè. Non è che non senta stanchezza, la stanchezza se ne sta li, non mi pesa ma la sento, so che cè. So che è forse assurda come metafora, ma è come avere due sottili dischetti di alluminio o plastica inseriti appena sotto pelle nella zona delle tempie.

A tutti gli scettici, questo stato assurdo non è arrivato subito: sono passato dalla noia, al rifiuto, all'intolleranza, ai conati, fino a giungere al delirio. La strada è lunga, chissà quanto durano gli effetti.

In chiusura, colgo l'occasione per fare i complimenti all'amico Tucanto ed al suo gruppo, i KAAL, le canzoni del vostro primo album mi si sono già infilate in testa, piantate come puntelli da scalatore. Sicuramente la colpa è anche della mia mania di ascoltare ripetutamente album o canzoni per periodi abbastanza lunghi di tempo (sorvoliamo), ma, altrettanto sicuramente, il merito sta nel pregio delle canzoni, nella loro orecchiabilità e nell'originalità dei suoni (almeno per le mie orecchie da profano). Bravi.

sabato, gennaio 28, 2006

Prima il decadere, poi i(l) D(evo)overe


Oggi non ho granché voglia di postare, o meglio l'avrei anche se il post si scrivesse da solo, ma non è così. Di conseguenza, poichè ho trovato molta saggggezza nell'ultimo componimento del Plenipotenziario g., nonché la descrizione di una condizione che per parecchi versi è molto simile alla mia (parecchi...diciamo che, benché io sia distratto di natura, poichè certe cose non sono proprio frequentissime, quando mi capitano mi aiutano a concentrarmi), mi sembra doveroso rendere omaggio alla sua augusta persona con una simpatica citazione:

La merda in cornice.

Parla, non ti ascolto
Devo smettere di andare a letto tardi
Poi di scaricare pornografia
Poi di non fare niente
Di alzarmi tardi
Devo smettere di fare cose inutili
Devo smettere di fare finta di bere
Devo ascoltare più i Devo
Poi di farmi troppe seghe
Poi di scopare pensando ad altro
Poi di pulirmi in bagno
Devo smettere di pensare ad altro
Devo smettere di non venire mai
Devo
decidere se e cosa fare
Devo scaricare qualcosa dei Devo
I can get no, satisfaction.

(estratto dal Blog "Felicità libica" del Plenipotenziario g.)

giovedì, gennaio 26, 2006

Red, Black, Purple & Grey


E' un attimo, non dura più di qualche secondo. Non pensi a nulla di particolare mentre guardi fuori dal finestrino sporco uno scenario fin troppo familiare che scivola via rapido, appena abbellito dal rosso atavico del tramonto di un limpido sole invernale.

Lui si agita, infido, come un ratto sotto mucchi di immondizia.
Non lo vedi subito, dapprima lo percepisci, percepisci il movimento, con la coda dell'occhio. Poi il fruscio, mentre già comprendi.
Tra un tentativo di mettere ordine nella lista di quotidianità da sbrigare e una fugace considerazione rispetto al fatto che ordine nel quotidiano non ce n'è mai stato, tra un mentale apprezzamento alla linea del viso della sconosciuta che condivide la noia del pendolarismo ed una rapida ipotesi sugli svaghi finesettimanali possibili, caccia fuori il suo viscido muso nero.

Non ha una forma precisa. Si muove velocemente, quasi in preda a spasmi. I contorni della sua figura sono sfocati e sembra che il suo corpo sia fatto d'ombre cangianti. E' piccolo non ha un gran peso, se solo riuscissi a metterlo a fuoco ne farei poltiglia sotto la mia suola, lo annullerei con sadico disprezzo. Ma sfugge, salta dentro e fuori dalla mia percezione.

Non te lo aspetti quando, a tradimento, morde. I suoi piccoli dentini bianchi che bucano la pelle del collo, proprio sotto la mandibola. La mano aperta non lo trova quando s'abbatte. Non senti nessun male, ma il suo veleno è più sottile.

La bocca si fa amara e le calde tinte rosse del sole cambiano in viola. La serenità incosciente si sgretola, crisalide di una farfalla che da tempo ha preso il volo, e sai che sarai grigio fino a quando non raggiungerai il letto, fino al nuovo sole. Non triste, non arrabbiato...grigio e solo per uno stupido, piccolo pensiero che è sfuggito alla presa della coscienza, come guizza la saponetta tra le mani bagnate, magari una cosa stupida, come l'aver dimenticato le chiavi di casa, oppure l'idea della spiacevolezza ipotetica in una situazione del solo ipotetica appena immaginata. Cose risibili, che non hanno trovato spazio nel main-stream dei pensieri consapevoli...eppure, ora sono grigio.

lunedì, gennaio 23, 2006

Primal Rage


Sono un fottuto ansioso, non c'è che dire.

La mia lotta con l'accidia si fa più dura ogni giorno.

L'eccesso di intimismo di questo blog non mi preoccupa abbastanza da fare qualcosa.

All'uni è tutto incomprensibilmente assurdo ed ora vogliono pure farci parlare dei nostri problemi. A farmi venire l'acido non ci metto un gran che, a vomitarglielo addosso, moltiplicato dall'acido dei miei compagni anche di meno. La mia vena ad Y pulserà proprio in mezzo alla fronte, la faccia mi diventerà porpora fluorescente ed il mio tono di voce risulterà fastidiosamente alto senza che nemmeno io ci faccia caso. Diventerò indisponente e sarcastico. Il senso dell'umorismo mi manca solo in entrata, in uscita, per il sarcasmo e le freddure british non ci possiamo lamentare. Alternerò eccitazione ed euforia, se mi sentirò sostenuto dai "compagni di sventura" e dai loro interventi e toni, a depressione e pessimismo, quando mi sembrerà che le divergenze siano incomponibili, o quando non riuscirò ad avere abbastanza fiducia nelle mie argomentazioni per la mia confusione interna.
Tutto questo perchè? Agire così, in termini strategici, è utile? La risposta più probabile è no (secondo una logica Bayesiana...fottuto esame di Pisati).
Potrei essere molto più pacato e "zen"....ahahahahhahahahahhaha...divertente.
Potrei starmene semplicemente zitto, come se la cosa non mi tangesse, lasciando fare ai miei validi compagni...aahahahahahahhahahahhah...e poi qualcuno dice che non so essere autoironico.
Nessuna delle due alternative mi risulta praticabile, non certo perchè i miei compagni non siano effettivamente validi, solo e soltanto perchè è parte della mia natura più profonda reagire attivamente e sul momento alle cose che mi toccano e farlo in maniera irruenta. Non riuscirei a stare zitto, non riuscirei a far finta di nulla...forse, tutto quello che posso fare è cercare di mitigarmi, di tenere sotto controllo i toni e le pulsazioni. Vedremo. Intanto studiare.

venerdì, gennaio 20, 2006

Constant Flux


Ci sono visibili smagliature sul mio ego.
La mia umoralità è fastidiosa (ah! La teoria degli umori!).
Il mio darmi al relativismo più becero e svogliato è fortemente autofastidioso.
Sembra d’altronde inevitabile ammettere che madonna ne sappia una più del diavolo (!), che sappia continuamente reinventarsi, che sia sempre...no, che i tempi siano sempre al passo con lei, e poi...cavolo ma come fa ad avere 40 anni!!!!
I flussi di coscienza forse andrebbero banditi, specie per gente come me.
Andrebbe sicuramente bandita la funzione loop di winamp, specie per gente pigra come me che mette una sola canzone in lista e non la cambia.
Il Dio dell'assenzio ha deciso che dovevo istruirmi riguardo al suo culto e venire a conoscenza del fatto che il dio di e-bay, suo fraterno amico, smercia interessanti bottiglie a chiunque sia abbastanza accorto da cercar bene.
In effetti un politeismo animistico non mi dispiacerebbe per nulla. Sarà sicuramente troppo mistico/magico e moralmente limitato per fondarci sopra le premesse di un capitalismo moderno da rivoluzione industriale a venire, ma me ne farò una ragione.
Ora magari vado a letto. A volte penso che le mie ore di sonno sono un atto di clemenza verso il mondo.

lunedì, gennaio 16, 2006

Verde



Tra me ed il verde ci dev'essere qualcosa...non so...

Ho appena ingollato ottimi galloni di succo alla mela verde e kiwi. E' buono. Se ne scivola giù vellutato e fresco, verde smeraldino, nella malebolgia ritorta dei miei visceri, pacifico, come dovesse andare in vacanza.

Io ed il verde dobbiamo essere legati in qualche modo.

Avevo cinque anni e una delle poche cose che sapevo su di me era che il verde era il mio colore preferito e che il cinque era il mio numero preferito, poichè era il numero dei miei anni. Tutto questo prima di realizzare che a sei anni non ne avevo più cinque e che quindi la mia preferenza per il cinque perdeva ogni significato.

Tra me ed il verde dev'esserci qualcosa.

La mia stanza è verde, ormai da almeno 12 anni. Da sulla parte in ombra della casa, quindi è un verde necessariamente scuro, o artificiale se è la lampadina a rischiararlo. Il verde è tranquillizzante. Io non sono affatto un tipo tranquillo. Dovrei passare più tempo nella mia stanza e meno davanti al monitor (che per la verde saggezza dei miei non fu messo nella mia stanza).

Io ed il verde abbiamo qualcosa a che spartire.

Erano verdi i miei succhi gastrici sul pavimento con mattonelle dai colori smorti nel retrobottega del negozio di fiori di Tonno. Erano le otto. Non mi restava altro da dare. D’altronde il mio alcolismo è sempre stato autodistruttivo di fondo, non certo per caso. Impenitente pedagogo di questo meato, ad ammannir consigli, guardando le stelle e desiderando la morte contingente, mai invocata prima.

Con il verde devo avere un debito.

Verde aromatico e volatile, fruttato, ai riflessi stroboscopici di un posto dove la mia teatrale e miserabile pretesa di superiorità non mi avrebbe mai portato, dove mi portò il mio imbranato e goffo desiderio d'umido. Lungo una discesa ruvida fino al tempo dove non c'erano parole, solo calore, solo liquidità, solo comunione in corpo e saliva. Incurante di fari come occhi e di occhi come fari, incurante della patetica cerca che quella sera non era mia. Tronfio e gongolante, tornando a casa, dispensar confidenze a gente appena conosciuta.

Il verde è la strada, ove mi condurrà il verde?

Prima lo smeraldo di due dita, mutato poi dal sacro rituale dissacrato dagli eccessivi costi sociali che portava con sé. Officiato graziosamente da una vestale che dell'empatia faceva strumento per passar indenne la prova della noia, di lunghe ore tra i tavoli. Per quanto apparissero inadeguate, comuni, buone per chiunque, le sue parole trasmettevano un bene semplice, un affetto di superficie e non individuale, ma non per questo meno sentito. Il desiderio suggellato dalla parva fiammella, la carezza e l'annacquato scendere di un verde che ora è tenue e frizzante, quasi spumoso.

Che sia verde il mio Karma?

domenica, gennaio 15, 2006

Origine viscerale


Eppure sempre sfugge...


Dopo una rapida quanto aliena, estranea caduta agli inferi, dopo una risalita altrettanto repentina, con il gusto di un risveglio da un brutto sogno, un risveglio in cui pare ovvio cosa era onirico e cosa è reale, dopo tutto ciò si devono sbrogliare i fili.

E' necessario ordinare l'esperienza per trarne beneficio. E' necessario distillarne un essenza e berla prima che la sua volatilità la perda nell'aria. Con lo stomaco che gorgoglia, viscerale, mentre assorbe, assimila, è necessario prodursi in azione nuova, accortamente riorinentata perchè vivere non sia inutile.

Pacifica la dubbiosità sul fatto che vivere debba essere utile, ma alla fine si tratta di sentire, nulla più. E' una cosa come il discorso sull'ordine superiore immanente, sul fatto che esista o no, sul fatto che sia o meno possibile comprenderlo, almeno in parte, approssimarlo...è una questione di fede, non necessita, o meglio, non può avere spiegazione di sorta.

Sento che la vita deve avere un senso, intendiamoci, la mia vita, non è una cosa che a pensarci vedo come generale, non è un discorso sui massimi sistemi, è una cosa personale, è il motivo per cui mi incazzo quando mi rendo conto che imparo, per pigrizia mentale, molto meno di quanto potrei.

Infondo è materia di fede anche questo: chi mi assicura che c'è differenza tra potrei e posso, tra posso e faccio, tra potrei e faccio? La risposta è retoricamente "nessuno", si tratta nuovamente solo di sentire.

In ultima analisi, riducendo ai fattori primi, sembra di poter dire che sia il sentire, il sentire profondo e viscerale, sottratto alla vivisezione della logica, il motore ultimo dell’esistere, dell’agire…la razionalità viene sempre almeno un istante dopo, comunque.

Forse una realizzazione scontata, banale, inutile, forse no…il mondo è probabilistico daltronde...(lo penso o lo sento?).

sabato, gennaio 14, 2006

O sapevate??


Prima cosa: Grazie...a un sacco di persone, per motivi che possono intuire, tra le quali Manju, Faust, Angelo, il plenipotenziario g., a molti amici/compagni dell'uni e agli amici di sempre. Sorprendersi di attestazioni spontanee di stima, specie nei momenti più cupi, è una delle sensazioni più piacevoli che si possano provare, credo.


Secondariamente...legata (ovviamente a modo mio) con la prima, una considerazione gustosa da infilarsi di diritto nell'angolo delle "idiozie a tema teologico di Gert":

Dio, nell'ipotesi che esista (cui ognuno a modo suo attribuisce una certa probabilità), non può non sapere, non può ignorare. Per contratto, dio sa tutto, dunque paradossalmente non può avere idea di cosa si provi a non sapere, né può gioire per il fatto di avere l'illusione di aver ridotto la sua ignoranza attraverso l'uso della logica (l'inferenza statistica del proff Pisati per esempio) o per l'impressione di intuire qualcosa di più grande. Dio sa sempre tutto....che palle!! La noia divina dev'essere mostruosa.

Ok, la pianto qui che il senso l'ho smarrito già da un pò...anche perchè mentalmente mi sono già mosso miliardi di critiche, relativamente alla mia affermazione, il che è stronzo quando si sa di voler dire solo una stronzata....METASTRONZAGGINE: SCOPRILA SUUUUU RIEDUCATIONAL CHANNEL!!

sabato, gennaio 07, 2006

Sbagliando si sbaglia...o no?


Paradossale come a volte sbagliare, fallire possa essere rassicurante.
L'istinto di conservazione può assumere forme strane e conservare cose che forse non andrebbero conservate. Fortunatamente anche l'autolesionismo ha voce in capitolo.
Ma sto divagando.
Il punto è che non mi farò fermare...almeno, ci proverò.

Ma come scrivo? Bho? Assenzio aiutami tu...giuro che vi pago l'insulina.

Autoincitamento


Imporre la volontà al cuore è sempre uno sforzo sfibrante, ma il cuore non è sempre il buono tra i due.
Scegliere, accettando di perdere qualcosa per guadagnare qualcos’altro invece che piangersi nullatenenti, è un passo più complicato di quanto si possa credere.
L'impresa più ardua è la perseveranza: se chi ben comincia è a metà dell'opera, la seconda metà è quella più impervia.
Ma se qualcosa è difficile, significa per certo che non è impossibile e che a riuscirci è gratificante.

venerdì, gennaio 06, 2006

Paura


"La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con se l' annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi, e quando sarà passata non ci sarà più nulla, soltanto io ci sarò."

Frank Herbert - "Dune"

La madre di ogni fissità


Almeno non petulante. Almeno non ossessivo.

Nonostante il silenzio sia la morte, nonostante l'assenza di pensiero sia la morte, sia la non esistenza.

Fissamente davanti allo schermo.

Finalmente l'assenzio, Assenzio verde di Barcellona. C'è a chi non piace l'anice. Ciò non rende l'assenzio meno assenzio, ne chi non ama l'anice meno amabile o di buona compagnia.

L'assenzio è come l'esperienza religiosa: personale.

I Prodigy cantano, suonano, emulsionano il mio cervello con l'assenzio.
L'ignoranza è santa.

Il tempo non esiste, il temo è un istante, un singolo istante.

Voglio annullare il mio passato senza annullare me stesso, voglio prevenire ogni futuro.

Il tempo non esiste.
La fissità è spaventosa. Dello sguardo, dei muscoli del collo.
La paura porta al silenzio. Il silenzio è la non esistenza. Perchè mi aggrappo tanto all'esistenza se tanto temo?
Di cosa è fatto lo spirito? Di cosa è composta la volontà? Di cosa si compone la certezza?

Perfido maestro l'assenzio, quella che mi dona non è nuova sapienza, solo nuova fissità. I miei occhi sono aperti, forzati ad essere aperti, a guardare il mondo senza riconoscere nulla, costretto a riconosce me stesso alieno, sapendo di esserlo senza il dono di ignorarlo.

Sono un ipocrita, falso, mentitore e codardo. Sono quello che volete che sia, ma sempre troppo tardi. Vi amo solo fino al momento in cui cominciate ad amarmi, dunque vi odio, odio tutti senza distinzione di sorta, senza nemmeno il coraggio di ammetterlo, di accettarlo.
Dio dell'assenzio, battezzami nei tuoi verdi lavacri, mostrami il fiume che non scorre, liberami dall'imbarazzo dei vaneggiamenti, rendimi fiero del mio soliloquio. Assolvimi, libera l'animo mio dallo sguardo annoiato e disinteressato del mondo.

giovedì, gennaio 05, 2006

Codardia redenta


Amo ch'ella m'ignori.

L'odio perch'ella m'ignora...

t'amo soffrendoti,

t'odio amandoti.

Dolce l'umore tuo più intimo,

come fiele lambisce la lingua.

Lenisce il calore del tuo corpo,

il gelo m'avvolge al tocco.

M’inganno e ti rifuggo.

Invano ostento livido orgoglio nello starti discosto;

vanto la superiore volontà

che rende l’uomo tale,

che al cor s’impone, fiera…

ma cado.

Cado fragile e nudo nella gola,

nell’antro cupo del desiderio,

Il desiderio di te,

della tua voce,

immaginata nel silenzio tagliente e ironico;

dei tuoi occhi pudicamente chiusi,

come forse impudicamente chiuso il tuo animo;

delle tue labbra morbide, verdi, di frutta,

che non m’è dato d’assaggiare nuovamente;

dei tuoi seni caldi, ansanti, delicati,

che non m’è dato di sfiorare ancora.


Se soffro, perché non verso lacrime salate e calde

a scavarmi le guance?

Perché la mia pena m’è fedele compagna

e l’animo l’accetta?

Perché il tuo viso si perde nell’acque scure del mio profondo?

Non sei tu.

Non siete voi.

Nessuna.

…eppure oggi ancora mi appari e sei parte di Lei.